Paola Antonelli, lady design al Moma

Un’italiana curatrice al Moma: tutto è possibile, basta avere mente aperta e tanta curiosità

Antonella Matarrese

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Ha parlato tutto il giorno, incontrando studenti, imprenditori dell’arredamento, architetti e designer muniti di biglietti da visita e di loro pubblicazioni da sottoporre alla sua autorevole attenzione. Alla fine, in un momento di tregua, davanti al tavolo dell’aperitivo, afferra un panino e lo apre per mangiarne
solo prosciutto e mozzarella. "Attualmente ho due nemici da combattere: i carboidrati e i congiuntivi, perché vivo in America ormai da 18 anni...". Loquace e spiritosa, Paola Antonelli, nata a Sassari nel 1963 da genitori lombardi, non solo è senior curator del dipartimento di design e architettura del Moma di New York, ma secondo il settimanale Time è degna di essere inserita in una rosa elitaria di cervelli visionari.

Se fosse rimasta in Italia, Time l’avrebbe definita lo stesso una mente rivoluzionaria?
No, semplicemente perché non avrei raggiunto gli stessi traguardi professionali. Al Moma mi hanno nominato curatrice a 30 anni, in Italia sarebbe stata dura. Poche donne della mia generazione sono ai vertici del potere. Per il resto il Paese è unico e per certi versi sublime. Comunque la fuga dei cervelli è un non problema, ognuno va dove vuole. Il mondo è open.

Il mondo è aperto e il suo cervello visionario: cosa vuol dire concretamente?
Credo che bisogna fare crollare i confini geografici e mentali. Da tempo sostengo, per esempio, che non si possa fare coincidere il design con i mobili, l’arredo, il decoro. Sarebbe riduttivo. Il designer non è solo un architetto, è un uomo di progetto in grado di lavorare con esperti di ambiente, di biologia sintetica, di tecnologie sofisticate.

Forse è il termine design a essere ormai inadeguato?
Sicuramente, ma non ci sono altre parole, quindi bisogna parlare di design attivista, di design critico, di design della visualizzazione. Per ognuna delle diverse correnti ci sono esponenti interessanti. Ma la cosa più esplosiva è la relazione che si può instaurare fra diverse discipline, come la medicina, la biologia, l’elettronica, l’etnografia. Ciò che conta è lavorare insieme sulla sperimentazione. Per esempio, in esposizione al Moma abbiamo Suited for subversion, una tuta studiata per partecipare alle manifestazioni di protesta: è un giubbino salvagente con un dispositivo che permette di trasmettere il battito cardiaco e quindi testimoniare gli stati di eccitazione. È stato studiato da Ralph Borland, che è un designer ma anche un artista performer, con un Phd in ingegneria, di casa a Città del Capo. Ho acquisito anche il progetto Prayer Companion, un display collegato con un centro d’informazioni che fa scorrere sul nastro elettronico notizie di cronaca per dare spunto alle preghiere delle monache di clausura. L’autore è Bill Gaver, professore di design al Goldsmiths college di Londra e uno degli esponenti del design interattivo. Potrei parlare di Revital Cohen, che studia e lavora negli ospedali e ha ideato un oggetto per coloro che hanno arti amputati e non vogliono perderne le funzioni, oppure della londinese Daisy Ginsberg, la quale ha inventato un frullato di batteri per le diagnosi del tratto gastrointestinale chiamato E.chromi. insberg è una designer, artista e scrittrice studiosa delle implicazioni sociali, etiche e culturali delle tecnologie emergenti, in particolare della biologia sintetica.

Fra gli italiani quali sperimentatori ha in mente?
Potrei citare l’altoatesino Martino Gamper (che però vive a Londra e ha studiato a Vienna, ndr). Martino potrebbe far parte di quella corrente che John Seely Brown ha definito "thinkering". In inglese vuol dire sia arrabattarsi con le mani sia pensare, quindi si potrebbe tradurre "pensare con le mani". Ovvero un design creativo e artigianale che colpisce il cuore e la mente.

Per essere aggiornati su nomi, progetti, sperimentatori di varie arti che cosa consiglierebbe di leggere?
Forse la rivista Seed. Ma con internet tutto è alla portata di tutti, basta essere curiosi e avere la mente allenata. La curiosità è una grande dote.

Cosa ricorda dei suoi anni milanesi?
I sessantottini del liceo Leonardo che sfottevano noi del Collegio delle fanciulle con il megafono chiamandoci: "Vergineeelleeee!". Mi si è aperto il mondo.

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