Jackie Chan, nei panni del poliziotto Bennie Black, a caccia del Matador, che non è un torero spagnolo ma  un misterioso boss hongkonghese  di nome Victor Wong (Wenxuan “Winston” Chao) flottante tra efferatezze e gioco d’azzardo. Uno che Chan-Black cerca di incastrare da tempo - certo del suo ruolo in una sconfinata organizzazione criminale – senza peraltro riuscirvi, anche perché Wong, da tutti amato e rispettato, passa per un filantropo al di sopra di ogni sospetto.

Stanno così, le cose, all’inizio di Skiptrace  - in sala dal 28 luglio - firmato dal regista Renny Harlin (finlandese, inclinazioni per horror e action, conobbe larga notorietà nel ’93 con Cliffhanger): in capo ad una coproduzione  tra Cina e Stati Uniti per molti versi paradigmatica rispetto alle prospettive dell’industria cinematografica dei due paesi. Di qui la febbrile risolutezza di Chan che, per mettere mani e manette su quel boss sgusciante che tra l’altro ha messo nei guai la sua adorata figlioccia Samantha (Bingbing Fan), va ad acciuffare il baro americano Connor Watts (il Johnny Knoxville eroe seriale di Jackass e piccolo mito stunt d’America) per riportarlo a Hong Kong, dove ha truffato il casinò e utilizzarlo per scoperchiare la “cupola”.

Rocambolesco itinerario orientale

Il viaggio è lungo e a volte rocambolesco, se si vuole e con le dovute proporzioni, alla Pat Garrett & Billy the Kid, col western che ogni tanto s’affaccia tra i paesaggi sognanti di un Oriente quasi ancestrale.  Succede di tutto, allora, tra la Siberia, la Mongolia, il Deserto del Gobi e Macao prima della tappa finale. Che riserva, come tutto l’arco del film – c’è spazio anche per una banda mafiosa russa capeggiata dalla siberiana Dasha (la scultorea Eve Torres con alle spalle anche il World Wrestling Entertainment) - rivelazioni, trappole, scazzottate, spari, scoppi e tafferugli orchestrati da Harlin con un certo mestiere e una buona vocazione dinamica. Grazie anche a quei due protagonisti capaci di danzare tra una zuffa e l’altra (la corteccia di Jackie Chan, 62 anni, è ancora integra) senza risparmiarsi colpi singolari tra loro stessi prima che la vicenda, fatalmente, rotoli verso una necessaria coalizione.

Eccitante contaminazione stilistica

Il divertimento, così, è persuasivo con la strana coppia on the road incorniciata da panorami sontuosi nell’estetica a mezza via tra il videogioco e il fumetto pop-rock, le soggettive furibonde, il tempo cinematografico che corre in ogni direzione, il montaggio forsennato. L’ensemble di pugni, pupe e dinamite è abbastanza eccitante nella contaminazione stilistica che centrifuga poliziesco,  arti marziali,  kungfu comedy e tracce di musical oltre il citato western. A proposito di musica e in mezzo a tanto rock’n’roll del quale Skiptrace traborda: sublime la Rolling in the Deep cantata da Chan con coreografia e strumenti tradizionali della Mongolia, tra i colori e i costumi di un villaggio remoto e perfino un po’ magico.

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