Claudio Trionfera

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Il dubbio, per dirla alla francese, è sulla classificazione del fenomeno. Se sia cioè un effetto di transfert o di débordement. Insomma di semplice travaso o di straripamento. Nel primo caso si tratterebbe di un processo indotto, nel secondo di un impetuoso e meno controllato/controllabile esempio di spontanea proliferazione. Nel caso specifico di tracimazione del web (e dopo dalla Tv) al cinema.

Ma forse The Pills – Sempre meglio che lavorare è un po’ entrambe le cose. Perché da una parte è vero che la band romana formata da Matteo Corradini, Luigi Di Capua e Luca Vecchi (quest’ultimo anche regista del film), proveniente da web series furiosamente cliccate dai fans su internet (e  più di recente approdata in televisione) è diventata oggetto di un processo produttivo che la porta oggi nei cinema; dall’altra parte è altrettanto vero  che questo processo, proprio per la sua debordante popolarità - specialmente tra i ragazzi – non poteva che svilupparsi quasi per inerzia, invadendo un terzo terreno. Il cinema, appunto.

Quei “pericoli” da evitare
Sta di fatto che adesso c’è il film. Dove il trio di trentenni, ormai ben connotati nelle loro individualità dalle incalcolabili scorribande sulla rete, affronta il perpetuo problema della crescita, della maturazione e dell’inevitabile rifiuto delle stesse. “Pericoli” sventati con abilità, scaltrezza, energia, addirittura veemenza: in definitiva tutte quelle peculiarità clamorosamente non pervenute durante la quotidiana, ripetitiva, rituale (dis)occupazione nella cucina di casa, attorno al tavolino, davanti alla moka e alle tazze di caffè sempre fumanti, come le canne che di tanto in tanto affiorano per contrastare qualche incipiente segnale di vitalità.

Il Grande Nemico del torpore
Colà si consuma un chiacchiericcio che procede immutato da anni, sul da farsi e soprattutto sul da non farsi sullo sfondo di una vita fieramente liquefatta nell’ozio. In questo stato di torpore e d’indolenza, come un gigantesco fiammeggiante sauro alla Godzilla, appare il Grande Nemico chiamato Lavoro, che cerca di ghermire uno dei tre, Luca, complice il suo improvvido innamoramento per una ragazza di nome Giulia (Margherita Vicario) che agita in lui lo spettro del “doversi guadagnare da vivere per affrontare il futuro”. Riusciranno gli altri due a salvarlo da quello che considerano anche un “tradimento” di un patto d’amicizia e d’inettitudine?

La filosofia del racconto e l’inclinazione del tutto fuori steccato del trio, sempre favorevolmente disposto all’inettitudine, suggeriscono il . L’indole, artistica prima che dei personaggi della finzione, porta difatti The Pills sulla strada del politicamente scorretto e della visione antiborghese della società, pure se di “borghese”, concetto inteso  in senso lato, i ragazzi hanno parecchio, a partire proprio dal sostegno ottenuto dai loro genitori, non tutti visibili e presenti, peraltro, che consente loro di risparmiarsi una maturazione traumatica e di consumare pasti regolari.

Uno sviluppo intelligente
Tecnicamente questa disputa tra il moto e l’immoto, esalata comicamente da una Roma semiperiferica e un po’ sfatta, posseduta dall’iperattività dei bangla (sarebbero i lavoratori immigrati del Bagladesh, detti anche bangladini), si sviluppa attraverso un racconto organizzato in modo abbastanza valido, ovviamente addensato attorno ai tre personaggi che ne sono la ragion d’essere. La programmatica vocazione alle pillole in realtà tende a dilatarsi in uno spazio più specificamente cinematografico, mitigando qualche rischio di verbosità con intraprendenze di montaggio, utilizzo intelligente e funzionale del bianco e nero in alternanza con il colore, citazionismo a volte ridondante ma comunque efficace e sempre pertinente.

Il vitellonismo aggiornato
Il passaggio dal web allo schermo non è in genere scontato, facile e “dovuto”. The Pills lo sostengono qua con attenzione e consapevolezza, al di là dell’apparente casualità del linguaggio e delle situazioni. Formulando, in questo, un codice di commedia e di umorismo acutamente stolti e perfino innocenti nell’aggiornamento di un vitellonismo metropolitano contagiato da un sociale massificato e larvale. La maturazione, così, oltre la naturale resistenza del trio – e di chi al trio rassomiglia - a conseguirla, diventa un problema.

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