Lincoln di Steven Spielberg: 5 cose da sapere

Arriva nelle sale l'atteso film con Daniel Day-Lewis: il racconto di un uomo che fece la Storia

Immagine del film "Lincoln" (20th Century Fox)

Claudia Catalli

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“Se lo schiavismo non è sbagliato, nulla è sbagliato”. È forse la battuta che più resta impressa di Lincoln , atteso biopic firmato Steven Spielberg, che narra gli ultimi quattro mesi di vita del 16° presidente degli Stati Uniti, passato alla storia come colui che abolì la schiavitù. Il film segue maniacalmente questo processo, fino alla sudata, sudatissima, approvazione del fatidico tredicesimo emendamento. Ecco cinque cose da sapere:

1.    Dieci anni di lavoro: l’uomo prima del presidente. Tutto parte dalle pagine del bestseller Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln di Doris Kearns Goodwin e dalla penna dello sceneggiatore Tony Kushner, premio Pulitzer per Angels in America e già con Spielberg per Munich. L’intento era raccontare non solo il leader e lo statista, ma soprattutto l’uomo, con tutti i suoi tormenti, gli incubi, i ricordi, i litigi con la moglie e le incomprensioni con i figli. Così Spielberg: "La cosa più importante era lo spirito dell’uomo catturato nel libro: qualunque film avessimo girato, era indispensabile attenerci a questa verità".

2.    Daniel Day-Lewis, buona la terza. Quando Spielberg si fissa non c’è niente da fare. Aveva in mente Daniel Day-Lewis sin dall’inizio, e non intendeva rinunciarvi. A niente sono serviti ben due rifiuti dell’attore in tempi diversi. Spielberg ha continuato a lavorare al progetto e, alla fine, è riuscito a convincerlo. “Penso che Daniel abbia capito Lincoln a un livello subatomico – ha dichiarato - andando ben oltre ciò che sarei mai riuscito ad articolare”. La sua performance lascia senza parole: sullo schermo l’ex Petroliere è ancora una volta in grado di trasformarsi totalmente, finendo per scomparire dentro il personaggio. Una perfomance da Oscar, non a caso è (di nuovo) tra i candidati .

3.    Doppiaggio made in Italy: Pierfrancesco Favino e Sergio Rubini. Banale sottolineare come ogni doppiaggio non renda merito alla versione originale. Nel caso specifico, l’idea di chiamare grandi attori nostrani a doppiare illustri colleghi oltreoceano risulta discutibile: il rischio costante, tra l’altro, è che lo spettatore abituato a cibarsi di cinema italiano finisca scisso tra l’ascolto di una voce riconoscibilissima che gli richiama alla mente ben altre immagini, e la visione di una performance di un interprete totalmente diverso in tutt'altro contesto. Il risultato è spiazzante, e non rende giustizia né alla performance originale né al lavoro di doppiaggio.

4.    Un personaggio pieno di sfumature. Colpisce lo spazio che Spielberg abbia voluto dedicare ai momenti introspettivi del presidente. La prima parte è molto intimista (e a tratti faticosa, verbosa, didascalica) ed è incentrata sui suoi sogni, gli ideali e le discussioni familiari - ma anche belliche e politiche -. Poi, quando parte davvero la battaglia per far approvare l’emendamento contro la schiavitù, il film spicca il volo e appassiona fino a diventare una sorta di thriller politico: pur conoscendo la storia, si sta tutti con il fiato sospeso fino all'ultimo voto.

5.    La politica del fine che giustifica i mezzi. Difficile accostare, di questi tempi, i termini “politica” e “sogno”. Eppure il valore del film sta proprio nella contagiosa forza dell’ideale che smuove ogni cosa. Nessuna esaltazione eroica: la narrazione mostra come ogni rivoluzione, anche la più nobile, si compia sempre a costo di grandi (e gravi) compromessi. Anche per raccontare la figura di Lincoln non c’è mai agiografia: la luce che lo ha reso leggenda è tanto interessante quanto l’ombra che lo avvolgeva. Del resto, ha dichiarato lo stesso Day-Lewis, il compromesso fa parte della democrazia.

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