Claudio Trionfera

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Il 1940 di Berlino non è ancora tragico. Anzi. Le armate di Hitler hanno già  piegato quelle francesi e vorrebbero fare lo stesso con quelle inglesi, esplicando sul campo il concetto di guerra-lampo.  Al fronte, però,  si muore anche se si è tedeschi. E questa sorte nefasta tocca ad un giovane soldato, biondo e spaurito, occhi azzurri e faccia d'angelo,  nel cuore d'un bosco pulsante di pericoli e di pallottole. Due,  tre colpi e il corpo è in terra. Supino. Sguardo al cielo, verso il sole che filtra tra i rami e il fogliame fitto.

Caduto per la patria e il  Führer

Comincia così Lettere da Berlino (in sala dal 13 ottobre) con la regia di Vincent Pérez, attore svizzero di qualche fama che coltiva da molti anni anche la pratica di regia e che stavolta, rielaborando un romanzo celebre e impegnativo come Ognuno muore solo di Hans Fallada cerca gloria durevole e magari definitiva. Se la otterrà non è dato adesso di sapere.  Di sicuro il suo film, pure sulle tracce di un libro capace di spianargli la strada (ma anche di tagliargliela) verso l’obiettivo, ha una sua felice dimensione cinematografica. Fin dall'inizio,  quando la morte di quel ragazzo si trasforma in una lettera col bollo militare recapitata a casa dei suoi genitori Otto Quangel (Brendan Gleeson) e sua moglie Anna (Emma Thompson):  i quali, al solo vedere la postina o addirittura al suo bussare alla porta di casa, capiscono che il loro unico figlio non c'è più.  Caduto, nel freddo argomentare della missiva, per la patria e per il Führer. Ai quali entrambi, nella loro  sfera operaia e pur non essendosi mai iscritti al partito, hanno sempre offerto un leale contributo di lavoro e di vita.

La penna più forte delle armi

Adesso, però, le cose cambiano. Colpito nella zona più profonda dei suoi affetti, Otto incomincia la sua personale rivolta contro il regime, fatta di semplici cartoline sulle quali scrive la sua indignazione verso Hitler e il Terzo Reich ladri di figli e di libertà. E, anziché spedirle, le dissemina con l’aiuto di sua moglie per le strade e nei palazzi di una Berlino prima esultante per le vittorie poi, col passare dei mesi, bombardata, impaurita, agitata dagli spettri di una guerra che non sembra approdare agli esiti previsti. La Gestapo, invece, è nervosa perché non riesce a mettere le mani su quello che tutti ormai chiamano “il folletto”, capace di fare marameo al regime ottenendo con la penna ciò che altri non riescono a produrre coi fatti. L’ispettore Escherich (Daniel Brühl), implacabile ma meno disumano di quel che sembri, crudele per necessità e lacerato dal dubbio, è sulle tracce di quella coppia inafferrabile attorno alla quale , via via, il cerchio i stringe fino a chiudersi, inesorabilmente. Preludendo al carcere e alla pena di morte.

La potenza della recitazione

Storia vera, romanzo celebrato. Anche da Primo Levi, che ebbe a definirlo il “più importante che sia mai scritto sulla resistenza tedesca e il nazismo”. Il film, però, non è il libro com’è giusto che sia. È cinema. Delle emozioni. Perché al di là di tutte le letture che se ne possano o vogliano fare, magari forzando la mano – comodamente - soltanto sul tema politico e storico, resta dominante il motivo di un dolore sconfinato: quello di due genitori che hanno perso il loro unico figlio. Un dolore che la regìa propone in termini più intensi dell’indignazione antinazista che ne deriva. I silenzi e gli sguardi dei coniugi Quangel, la dignità ghiaccia della loro sofferenza sono più eloquenti delle loro cartoline: sentimenti e strazi che Brendan Gleeson e Emma Thompson assumono con un fervore e una potenza espressiva davvero sbalorditivi, facendo di quest’opera un esemplare modello di recitazione. Distanziante e coinvolgente al tempo stesso.

Rappresentazione convenzionale

Detto questo, c’è naturalmente il coté storico-bellico-politico con i suoi motivi classici, la sua estetica, il color bruno della tradizione cinematografica collegata, il ruggito civile antinazista, il senso della straordinaria forma di opposizione attuata dalla coppia nel cuore del sistema e nella sua città-simbolo, la reazione isterica della sfera poliziesca presa per il naso dal “folletto”. Francamente è la parte che entusiasma di meno, non tanto per la sua sostanza qualitativa che, anzi, è assai stabile nell’esibizione formale del contenuto e nella porzione di struttura scenografica, quanto perché rientra in una dimensione di normalità nella rappresentazione di un’epoca e dei suoi orrori, da rileggere forse con maggiore incisività e forza visive.

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