Claudio Trionfera

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Ferrigna e luciferina digrigna le zanne metalliche tra bave grondanti nel sorriso perverso. Eccola, la Creatura. Avida di pasto umano. Insaziabile nella ricerca dell’ospite, avida incontenibile segugia della morte. Alien: Covenant (dall’11 maggio in sala), la bestia cosmica è tornata. Accompagnata dal suo demiurgo Ridley Scott che a ottant’anni mantiene intatta la voglia di stupire e di sparigliare le carte sulla tavola del cinema. Stavolta con una robusta, composita, densa e raffinata architettura intellettuale installata a metà strada, si può dire, tra l’archetipo del 1979 e il suo prequel Prometheus del 2012: con agenti costitutivi e visuali dell’uno e dell’altro ma con sviluppi e conclusioni di inedita configurazione.


Colonizzazione stellare
Covenant è il nome dell’astronave gremita di gente immersa nell’ipersonno: duemila coloni e l’equipaggio che li custodisce, oltre un numero imprecisato di embrioni umani nei cassetti-freezer in viaggio verso un pianeta ai margini della galassia dove il progetto stellare conta di stabilire una nuova comunità di terrestri. Governa la rotta, serenamente protettivo,  Walter (Michael Fassbender), l’unico che non abbia bisogno di dormire perché è un replicante. Rotta tranquilla, ovattata e ronzante. Ma lo scarto è dietro l’angolo: quando una tempesta di neutrini danneggia lo scafo costringendo l’equipaggio al risveglio precipitoso e in parte pernicioso perché miete vittime e pànico, uccidendo pure il comandante della missione; e quando, poco dopo, gli strumenti captano un misterioso segnale proveniente da un pianeta molto più vicino di quello da dove la Covenant è diretta.

Richiamo diabolico. Quasi un adescamento. Perché le analisi raccontano di un habitat tanto accogliente, cordiale e compatibile con la vita dell’uomo da indurre il nuovo comandante Oram (Billy Crudrup), per sua natura indeciso, a ordinare una virata sul nuovo pianeta nonostante il dissenso del suo secondo Daniels (Katherine Waterston), ancora sotto choc per la morte (terribile) del comandante Jacob (James Franco) ch’era suo marito, e le perplessità del resto dell’equipaggio.

La prima, fosca avvisaglia
Ma tant’è. Gli ordini non si discutono. E in effetti, dopo un tumultuoso atterraggio del lander, gli astronauti si ritrovano a respirare liberamente senza tute. Ma con un paesaggio, attorno, tanto maestoso e suggestivo quanto angoscioso e sinistro tra vette altissime, alberi giganteschi, nubi galleggianti, atmosfera plumbea, silenzio assoluto, unico suono la pioggia dirotta, incessante, forse eterna.

Pare Blade Runner. Fosca avvisaglia, come il ritrovamento della carcassa del Prometheus colà precipitato; e ben più minaccioso, nei suoi paraggi, il primo avvertimento di vita altra. Un niente, un refolo. Che ribadendo percorsi tristemente noti s’infila nei corpi di due cosmonauti con immaginabili, rituali effetti riproduttivi.

Il sopravvissuto del Prometheus
Troppo tardi per fare dietrofront e darsela a gambe. Le creature – e non una soltanto – si sono già rigenerate. Lucide, guizzanti, veloci, furbacchione e più affamate che mai. Sicché la carneficina è dietro l’angolo, tra esseri xenomorfi ed evoluti  neomorfi pronti a invadere i loro ospiti e a diventare inquilini ingollandone la vita. Né a soccorrere i superstiti, tra i quali svetta l’indomita Daniels, contribuisce  - nonostante l’apparenza - la singolare comparsa di David (ancora Michael Fassbender), replicante gemello di Walter, sopravvissuto al disastro del Prometheus, che acconciato come un monatto vive solitario e mistico in una megastruttura templare dove offre rifugio agli sgomenti astronauti. Intorno a quella  costruzione, su un livido pianoro sepolcrale, milioni di cadaveri d’umanoidi uccisi da una catastrofe carbonizzante e misteriosa.

Da qua in poi, rispettando e aspettando le rivelazioni del plot, meglio tacere, en attendant tutto il peggio che si possa immaginare. Incluso un fatale definitivo duello - dall’esito del quale potranno dipendere i destini della razza umana - tra il confortante “recente” Walter e il diabolico “vecchio” David, due replicanti figli d’uno stesso artefice Peter (Guy Pearce) ma di generazioni diverse e di opposte inclinazioni.

Ecco il nuovo “ciclo della vita”
Uomo e superuomo. Alieno e superalieno. Xenomorfo e neomorfo. L’uomo mortale genera il replicante immortale; il replicante crea il mutante che a sua volta si nutre dell’uomo per consolidare e convalidare la propria razza al servizio dell’immortale e della sua sete di dominio. Un disegno folle e un circuito vertiginoso all’interno del quale galoppano artigli insanguinati e Dna impazziti, umani sacrificali e alieni sperimentali in un nuovo, aberrante, apocalittico e calamitoso “ciclo della vita”.

Ridley Scott e il suo linguaggio sinfonico. Affida il preludio e l’epilogo a L’entrata degli dèi nel Walhalla di Richard Wagner, in un flusso romantisch e nibelungico che si espande come magma sulle specie mostruose – nere o bianchicce, larvali o sviluppate, membranose o turgide - partorite dall’orrore universale in una sequenza d’incubi demònici che paiono strofinarsi, deformi, sulla tela di Johann Heinrich Füssli. Dominante, ancora una volta, l’elemento pittorico: dilatato sui panorami tenebrosi e gocciolanti e sulle impalcature mitologiche di Caspar David Friedrich, in una convergenza romantica perfezionata nelle citazioni da Percy Bysshe Shelley e George Gordon Byron, forse dal volteggiare silenzioso del fantasma di Friedrich Nietzsche in un traumatico approccio all’apologo storico-politico agli albori di una cyber-tirannide prossima ventura.

Quella convergenza romantica
Fantascienza e romanticismo, mitologia germanica e profondità siderali, pacifiche missioni spaziali e insidie guerriere. La nuova frontiera extracólta e visionaria di Scott si smarca da una certa, inevitabile routine iconografica (di se stesso, peraltro) con l’aggregazione magnetica e audace di argomenti, sostanze e principii estetici apparentemente difformi e inconciliabili. Traendone conclusioni armoniche e nuove.

Con ulteriori passi verso quella sponda horror toccata nel ’79 con Alien e per la prima volta, allora, assimilata alla Sci-Fi: avviandosi oggi ad una spasmodica radicalizzazione della tendenza fino a palpare le carni lacerate dello splatter.

Un campionario di orrori
Sangue e sfracelli, dentro e fuori la Covenant solitaria e beccheggiante nell’outer space. Il campionario degli orrori diversifica le morti a seconda, diciamo così, delle creature smaniose e ingorde che le provocano, fasciando eventi ed elementi di luci sinistre e tonalità bronzee nell’ensemble patibolare (la fotografia è del grande Darius Wolszki). C’è di che tremare e ballare, insomma. E, qualche volta, saltare. Anche se a tratti il film, prima di innescare nuovamente i dispositivi della paura e alimentare l’appetito dei mostri, sembra fermarsi a riflettere, nei passaggi più intensi del dialogo, sulla propria natura “filosofica e morale”, sui sensi secondi di quel pianeta-laboratorio  del quale l’automa David è diventato il padrone, ombra riflessa e contraria del colonnello Kurtz di Apocalypse Now. Analogia remota, ovviamente, ma si affaccia spontanea. Anche se Fassbender, con tutto il rispetto, non è Marlon Brando e mai lo sarà.

Il suo contributo, nella doppia parte androide del buono Walter e del cattivo David, è comunque autorevole e influente, così come quello di Katherine Waterston nelle vesti di Daniels destinata, nelle intenzioni, a non far rimpiangere la Ripley di Sigourney Weaver del prototipo di trentotto anni fa. Giusto una citazione per altri meritevoli (e quotati) attori dell’equipaggio, Billy Crudup (Oran), Danny McBride (Tennessee), Demián Bichir (Lope) in un collettivo che fa del suo meglio per resistere il più possibile, in vita, sullo schermo.

Voto: 4/5
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