Tramonti findelmondani

Il natale è andato e oggi tramonta quest'anno e arriva quello nuovo. Compare come ad ogni tramonto quel male patagonico che pesa sulla bocca dello stomaco, e i pescatori del Paranà a aiutano a darle un senso.

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Mercedes Viola

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Sono dai findelmondani. Il Natale ormai è andato in tutto il mondo, lasciandosi dietro zii che discutono di politica e vanno a dormire presto, figli con nipoti appesi alle braccia che si disarmano per passare un po’ di qua e un po’ di là e portano il fegato a fare il giro  dei parenti dalla vigilia a Santo Stefano, restano giga dispersi di foto di tavole agghindate fino all’orlo in onore di uno spirito natalizio inventato dai paesi nordici. 

Qui dai findelmondani il tentativo lo si fa, di ricreare lo spirito natalizio: si appendono lucine che sì e no si vedono a mezzanotte, quando un po’  di buio dà sollievo agli occhi, si mangia vitello tonnato, torrone e panettone e nelle famiglie più numerose (in virtù di un calcolo probabilistico) qualcuno si traveste di Babbo Natale, tutto cappello barba giacca e pantalone lungo.

Ce la mettono tutta, ma alla fine la sensazione è più ferragostana che natalizia. Fa caldo. E caldo è festa, nel più pagano senso del termine, anche se far festa è qualcosa di sacro.  Sfido gli islandesi, ad esempio, findelmondani quali sono ma senza questa cosa tropicale, a ricreare lo spirito natalizio qui, in infradito, assordati da cicale e pappagalli e sudando da fermi, ammazzando zanzare sorseggiando tererè, apparecchiando fuori e lasciando un sentinella intorno ai tavoli che cacci via tutti gli insetti (piccoli e non tanto) che sbattono  ubriachi contro le lampadine urlando “é natale! é natale!”. 

E quando guardo in su tentando di acchiappare più aria da respirare mi sorprendono le stelle, sono sempre lì, ogni notte da quando ho ricordo. Venire qui è come andare in campeggio, non vedo più il pezzetto di cielo che mi corrisponde, quello con uno squarcio di albero e incorniciato dalla finestra, ma un manto di cielo infinito che copre tutto e va giù in lontananza, e accarezza di là i campi, di là la città e di là bacia il fiume e avvolge il tramonto. 

E a volte questa immensità mi fa paura. D’estate, quando all’ora della siesta fa così caldo che le strade diventano deserte, a volte il cielo, così amico quando è turchese, diventa minaccioso e inizia a ruggire, un’esercito di fulmini e saette illumina il manto là dove cade, e viene alla carica, avanza piano ma deciso, e arriva prima il vento che piega gli alberi e fa volare tutto ciò che ti sei dimenticato fuori, poi il rumore si fa sempre più forte e i lampi più vicini, e per ultimo arriva  l’acqua, a volte prima la grandine. Acqua che uniforma i marciapiedi con le carreggiate creando piccoli fiumi cittadini. 

Negli abitanti della Pampa esiste una specie di male di tramonto difficile da scongiurare. Ne sono sempre stata afflitta, e andandomene via ho realizzato che non è un male di tramonto, ma un male di tramonto findelmondano. Perché altrove non mi capita, al mare ad esempio è l’ora dove torni in macchina con i bambini tutti stanchi accaldati e pieni di sabbia e quella cosa non mi prende, nemmeno a Milano mi fa effetto, il tramonto non lo vedo, e comunque mi sento al riparo, con tutti gli altri vicini vicini, quasi non vedo il cielo, non sento il vento, non arriva la calma e l’indomani si va a scuola, è solo l’ora di preparare la cena. 

Ma qui è sempre stato diverso, e in quel momento in cui non è più giorno ma non è ancora notte, si produce un incontro multiple: con chi sei stato, con chi sei e chi sa con quale altre entità, e tutti i piccoli vuoti che hai dentro si uniscono di colpo nello sterno. Come quando facevi defrag alla 286. 

Lo dice anche il Martin Fierro: 

“E a quell’ora della sera

in cui tutto si addormenta

e il mondo entrare sembra

a vivere in pura calma

con le tristezze della sua anima

il pagliaio si raddrizza.

Bela la tenera pecorella

accanto alla bianca pecora

e alla mucca che si allontana

chiama il vitello legato

Ma il gaucho disgraziato

non ha a chi dare il suo lamento”

Poi quando arriva la notte vera, passa tutto, i piccoli vuoti si sparpagliano di nuovo tra la sostanza invisibile di cui è fatta la vita. 

Il natale ormai è andato rimboccando le coperte sul mondo con manto di stupore filato con il desiderio dei bambini che hanno la possibilità di credere, di chiedere e di sperare, e questa sera al calar del sole ci sarà un tramonto enorme, il tramonto di un anno intero. Metterò qualcosa di bianco e qualcosa di nuovo,  un nuovo desiderio, grande magico e vitale per attraversare i tramonti, e chiederò del coraggio per quelle notti in cui il cielo diventa burrascoso. Desidererò anche di non dimenticare, dovunque mi trovi, questa immensità, che ci ricorda quanto siamo piccoli, di non distrarci troppo e di stare accanto a chi amiamo, perché quelli sguardi sono l’unica verità, tutto il resto è un gioco nel quale perdere e vincere una volta per uno.

Chiederò di ricordare che la terra è questa, questi fiumi la sua acqua, questo cielo il suo ossigeno e questo sole la sua luce, checché le grandi città ci facciano sentire altro.

Non distrarci troppo e amare a dismisura, e ogni sera come i pescatori, raccogliere la rete, tirar su quello che arriva, tenere il nutrimento e buttar via la spazzatura, e lentamente tornare a casa, questo è il mio augurio per tutti noi. Buon tramonto, salut a tutti e all’anno prossimo.


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