Piccolo grande Messi

L'Argentina forse non ti merita, e io non so se dirti di andare via tranquillo, o di restare

Argentina v Chile: Championship - Copa America Centenario

Mercedes Viola

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Mentre gli Azzurri si preparavano ad affrontare la Spagna per avvicinarsi alla finale degli Europei, i findelmondani in Argentina si battevano per la Coppa America. A livello calcistico un mesetto impegnativo, a casa mia.

L’Argentina è arrivata in finale e questa notte, alle quattro di mattina, ha perso contro il Cile. Ai rigori (come per voi perdere ai rigori contro la Francia di Zidane, più o meno) con il tiro di apertura calciato, e mancato, da Messi.

Piccolo grande Messi, che a ogni coppa America prepari il tuo zaino carico di aspettative, tue e altrui, e lasci la Madre Spagna per tornare a casa. Ma quale casa, Lio? L’Argentina non ti merita. E quando dico l’Argentina non parlo di quei fildelmondani come i miei amici, che piangono le tue lacrime attorno a un asado. Io dico l’altra Argentina, quella che nella barzelletta si suicida lanciandosi dall’apice del suo ego. Quella che tutto il Sudamerica detesta, dei chiacchieroni frustrati, che sanno tutto sempre e con largo anticipo ma sono seduti al bar fin dalla nascita alla terza birra e ormai è tardi, non possono far niente, ma se fossero lì, ah…se loro fossero lì sarebbe tutta un’altra storia. Con i loro piedi storti e le panze gonfie, con il loro gesticolare esagerato e il mito del Pibe che non tramonta, anche se il suo genio (indiscutibile) oramai dorme nella notte fonda con la mandibola contratta.

Piccolo grande Messi che te ne vuoi andare. Non so se dirti vai tranquillo o se pregarti di restare (come se contassero qualcosa le nostre richieste). O meglio so, vorrei chiederti di restare, ma posso capirti se te ne vai, le tue gambe stregate ballano grazie al cuore di un uomo. E un uomo non può sopportare tanto. Il cuore di un uomo nelle mani argentine come montagne russe: un tocco bello, un gol a sorpresa, e sei là su, molto su, ma se per sfiga inciampi Messi, o ti tirano giù, perché il loro mister gliel’ha detto fino allo sfinimento “marcatelo stretto, buttatelo giù se necessario”, allora scendi come un proiettile, e le montagne russe delle malelingue argentine scendono fino all’inferno, e là giù sei nulla, meno di niente, un inutile, un nano, e con tutti i quei soldi che ti danno.

Io ti capisco Lio se te ne vai, e se tra qualche messe prendi la cittadinanza e indossi la maglia di Madre Spagna. Faresti bene. Giocheresti col cuore gonfio di gratitudine, e faresti dei bel gol per una mamma buona che non ti portò in pancia, ma ti adora e ti perdona, due cose delle quali abbiamo bisogno tutti i figli per andare avanti. E ti capirò anche quando vedrai l’albiceleste, e ti prenderà alla gola un magone impossibile da digerire. Perché si può amare una nazionale di adozione (lo dico dopo aver saltato dal divano per il gol di King Kong), ma quando la tua selezione entra in campo, è come guardare una foto di tua madre o di tuo figlio, ha radici dentro di te che l’inno cantato e storpiato alle elementari ha annodato profondamente nel tuo corpo. Sono come le radici di canna che crescono a casa mia in Paranà, Lio, vicino alla tua Rosario: le tagli, le poti, le segui e tenti di andare fino in fondo, ma sopravvivono sempre, e spuntano di nuovo anche in luoghi remoti, e diventano ancora foresta.

Grazie piccolo grande Messi, qualunque decisione prenderai.


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