Ci ha messo ottanta giorni circa, quasi quelli serviti a Phileas Fogg per fare il suo giro del mondo, ma alla fine Luciano Spalletti ha trovato la chiave per riaccendere la Juventus. Lo dicono i risultati, giudici supremi del lavoro di qualsiasi tecnico, e lo spiega anche la sensazione di avere finalmente di fronte una squadra con un’identità precisa e riconoscibile. Non perfetta, con evidenti lacune che si trascinano dalla sua costruzione, ma che ora in campo sa cosa fare e nella maggior parte dei casi lo fa bene.
Dal 30 ottobre scorso a metà gennaio: ci ha messo un po’ Spalletti per far quadrare la situazione. L’esito del suo impegno è sotto gli occhi di tutti: nelle ultime 11 partite giocate, la Juventus ne ha vinte 9, persa solo quella (la peggiore per distacco) di Napoli e pareggiato il confronto con il Lecce che sul piano della prestazione è stata una delle esibizioni più convincenti. Poi, siccome il calcio è un gioco che ama prendere per i fondelli chi lo pratica e racconta, i salentini sono tornati a casa con un punto e la Vecchia Signora è parsa ripiombare nella crisi. Tutto falso.
Spalletti e le soluzioni trovate per attacco e difesa
Improvvisamente il quadro ha cominciato a prendere forma. Non c’è ancora la firma spallettiana su come fluisce il gioco juventino, anche se le ultime partite hanno mostrato trame che ricordano il passato, però il tecnico ha messo chiarezza nelle scelte e, di conseguenza, ha dato fiducia ai suoi giocatori ottenendo risposte adeguate. Il simbolo è l’attaccante canadese Jonathan David, passato dal nulla autunnale a una certa confidenza con il gol: Vlahovic è sempre più lontano dai pensieri bianconeri e a fine anno potrà serenamente salutare la compagnia alla scadenza del contratto.
Il ritorno in pianta stabile di Bremer ha certamente dato una grossa mano a Spalletti e alimentato i rimpianti a distanza di Thiago Motta e Tudor. Attorno al brasiliano, però, è stata costruita una linea che ha delle gerarchie definite e che ha consentito anche a Kelly – acquisto criticatissimo nei mesi scorsi – di rendersi utile con continuità. Insomma, tutto bene se non fosse che i limiti di organico ci sono e lo stesso Spalletti lo sa, tanto che non disdegnerebbe una mano dal mercato di gennaio pur conoscendo i paletti dentro i quali si deve muovere il club.
Juventus, ecco perché lo scudetto rimane un miraggio
E adesso? Qual è l’orizzonte ragionevole di questa nuova Juventus? Può correre per lo scudetto, come l’allenatore predicava il giorno dello sbarco a Torino, o è meglio che non si faccia illusioni? Detto che non sarà semplice nemmeno arrampicarsi fino alla quota Champions League, traguardo minimo richiesto dalla proprietà, sarebbe utile che il recente passato suggerisse al mondo juventino di non fare il passo più lungo della gamba.
Inter e Napoli hanno dimostrato anche nel big match di San Siro di essere due progetti sportivi avanzati ed evoluti, certamente superiori a quello juventino che è nell’anno uno dell’era Comolli. Averne consapevolezza non significa abdicare alla propria storia, ma costruire con pragmatismo il futuro. Intanto ci sarà da mettere nero su bianco quello di Spalletti, che è formalmente in scadenza alla fine dell’anno: i segnali ci sono e l’annuncio non tarderà. Quindi bisognerà finire di seminare in questa stagione, allungando il più possibile il percorso in Champions League e facendo un girone di ritorno all’altezza di quello d’andata.
Calcolatrice alla mano, i 36 punti racimolati nella fase ascendente del campionato non sono ancora una garanzia – se ripetuti identici – di strappare il pass per l’Europa che conta. Serve correre ed eliminare sprechi e passaggi a vuoto. E valutare i giocatori a disposizione per evitare di sbagliare in estate il mercato del consolidamento. Programmi che non fanno rima con scudetto, ma che sono la base perché la Juventus torni a vincere.
