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Caso Epstein, nella tela del mostro

Caso Epstein, nella tela del mostro

È lo scandalo mondiale di cui tutti parlano. Ha fatto cadere teste di grandi manager, politici di lungo corso e aristocratici. Al punto che Andrea d’Inghilterra è stato arrestato. Reputazioni bruciate in un immenso falò di mail e fotografie. Una storia di sesso, minori, soldi e sangue di cui Panorama scopre le verità nascoste

È qui e agisce ancora in mezzo a noi. Non c’entra nulla il “complotto” secondo cui Jeffrey Epstein, l’incarnazione di tutte le deviazioni morali della globalizzazione, sarebbe ancora vivo e protetto in un kibbutz in Israele dall’organizzazione plutocratico-giudaico-massonica che ha fatto comodo tanto ai fascisti quanto ai comunisti per inventare un nemico da dare in pasto alle masse. Epstein si è impiccato nella cella del Metropolitan Correctional Center di New York, dove era rinchiuso da circa un mese, alle 00:30 (ora locale) il 10 agosto 2019. Si è impiccato o è stato strangolato. Almeno lo sostiene Michael Baden, noto patologo che partecipò come osservatore all’esame autoptico, assunto dagli eredi di Epstein destinatari di un patrimonio che supera il miliardo di dollari: sono state censite almeno 500 unità immobiliari a lui riconducibili, ma come tutto nell’esistenza del pedo-finanziere, anche sui beneficiari c’è rissa e mistero, compresi il fratello Mark, l’ultima “fidanzata” Karyna Shuliak e un figlio segreto o forse altri 130 generati dai suoi rapporti “malati”.

Lo avevano condannato alla fine per traffico sessuale di minori. Di lui però tutto resta. Ci sono almeno 3,5 milioni di documenti, 180 mila filmati, una massa enorme di foto tra cui tantissime di ragazzine nude, che lo raccontano dall’esordio al culmine della depravazione che ha segnato l’apice della sua potenza. Il Congresso americano ha imposto per legge la pubblicazione. Si grida alla censura perché molti file sono sbianchettati o mancanti (secondo il Dipartimento di Giustizia, quelli utili ci sono tutti, ma alcuni parlamentari statunitensi e rappresentanti delle vittime sostengono che l’operazione sia incompleta e che manchino documenti-chiave), si dice che Donald Trump tema questi file, ma i più coinvolti paiono i democratici.

Un mare di mail compromettenti

Il problema è trovare e provare i reati dei “complici” di Epstein. Si può però ancora interrogare qui e adesso Jeffrey, il lato oscuro della finanza che moltiplica il denaro senza produrre nulla se non devastazione morale, che risponde, come sua abitudine, con una email. Era il suo modo di comunicare compulsivo, con un telefono che non smetteva mai di vibrare e ora resuscita. Epstein ha avuto il mondo ai suoi piedi e moltissimi erano felici di baciarglieli. Per esempio: il 5 luglio 2010 alle 15 e 27 la signora Denise Jackson scrive a Sarah, una delle segretarie del pedo-finanziere: «Eduardo Teodorani vorrebbe passare un po’ di tempo con Epstein nel suo ranch in Nuovo Messico durante le sue ferie estive: prevede di arrivare il 10 agosto e di ripartire tra il 18 e il 19». È un auto invito – vacanza con alloggio e servizi compresi – che il manager cugino di John Elkann rivolge a Epstein come migliaia di altri, e bisogna decidere se è cortesia o connivenza, complicità o conoscenza, distrazione o dannazione. Per sapere chi, quando e come ha frequentato il “mostro” di Coney Island, nel distretto di Brooklyn, dove Epstein nacque il 20 gennaio del 1953, si può consultare la “Jikipedia” creata da Riley Walz e Luke Igel che hanno immagazzinato tutti gli Epstein file partendo dalle email. Basta cercare jmail.world e nella finestra “ricerca” digitare un nome a caso. Per costruire un romanzo horror, screditare un avversario, soddisfare un pettegolezzo morboso ce n’è d’avanzo.

Oltre al come sia potuto succedere, una cosa resta inspiegabile: com’è che essendo cadute teste coronate del livello dell’ex principe Andrea Mountbatten-Windsor (arrestato nei giorni scorsi in quanto, in veste di emissario commerciale del governo di Londra, avrebbe condiviso informazioni riservate con Epstein) e consorte Sarah Ferguson, essendo esplosi matrimoni e reputazioni come nel caso di Bill Gates, avendo messo alla berlina ambasciatori come Peter Mandelson (4.597 le mail scambiate con Epstein) che rischia di travolgere il governo laburista di Keir Starmer in Gran Bretagna, avendo distrutto intellettuali intoccabili come Jack Lang in Francia ma anche Noam Chomsky e Woody Allen, avendo gettato nella polvere due presidenti Usa come Donald Trump e Bill Clinton in compagnia della moglie Hillary…  com’è che – dicevamo – non c’è nessun condannato, nessun imputato se non Epstein stesso, morto in carcere, e la sua musa-complice Ghislaine Maxwell che sta scontando vent’anni a Tallahassee, in Florida?

Truffatore dal dirompente successo

Di certo il Diavolo veste Epstein – se Cesare Lombroso avesse visto le foto avrebbe esultato: teoria confermata – e i file sono uno sputtanamento a gettone. Una nemesi per le cose “dell’alto mondo” che  ha prosperato su una Babele di menzogne e oggi paga l’inesistenza del confine, gestito dall’Ia, tra il vero e il falso. E l’artefice, quasi in una riedizione de Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov (per far contento chi immagina un esercito di satanisti del pedo-finanziere), è Jeffrey Epstein, un malvagio con intelletto luciferino.

Nasce da famiglia ebraica a New York, studia pianoforte e matematica, non si laurea ma diventa insegnante di fisica in una scuola dell’élite: è qui che conosce Alan “Ace” Greenberg, che nel 1976 gli apre le porte della banca d’investimento Bear Stearns, di cui all’epoca è un alto dirigente. È il suo debutto nel mondo della finanza. Entra a Wall Street con un curriculum falso e sarà protagonista di uno dei più colossali “schema Ponzi” mai messi in atto con la Towers Financial Corporation di Steven Hoffenberg. Ecco, quello stesso sistema lo userà anche per reclutare giovani costringendole a procurare altre vittime per guadagnare sempre di più.

Epstein c’entra anche con la crisi dei mutui subprime: sarà tra i protagonisti della bolla finanziaria con la Liquid Funding. Alle spalle ha sempre Leslie “Les” Wexner, mister Victoria’s Secret che gli procura anche le modelle; con Harvey Weinstein, il produttore stupratore, conquista Hollywood; grazie all’amicizia con il primo ministro israeliano Ehud Barak s’inventa agente segreto del Mossad e costruisce un rapporto di ferro con il Tel Aviv. Donald Trump lo accredita nel paradiso dei miliardari: la Florida di Palm Beach. I due sono amici, fanno affari insieme, si frequentano a Mar-a-Lago, ma The Donald giura di averlo scaricato alla fine degli anni Novanta.

Il finanziere ha tessuto una tela di ragno ai quattro angoli della Terra. Ha un ranch in New Mexico (Zorro ranch) che diventa famoso per una scala a chiocciola che non porta da nessuna parte ed è stata indicata come l’altare del suo satanismo e dei sacrifici umani dove si mangiavano bambini. Le dicerie nascono da un video in cui Epstein discute con un ospite se sia più buono il burro francese o i bambini. Crederci è a dir poco da terrapiattisti. Tuttavia nelle migliaia di acri di “Zorro” si è andati a cercare cadaveri, anche di due ragazzine dodicenni che risultano scomparse. Non si è trovato nulla.

Tra cannibalismo e festini

Ma il “capolavoro” dell’uomo, che a New York abita un palazzo di sette piani, è la sua isola: Little Saint James nelle Vergini americane, Caraibi, che diventa il suo luogo di delizie e di supplizio delle bambine adescate, per questo la ribattezzano “Pedophile island”. È lì che Epstein riceveva Andrea d’Inghilterra, Bill Clinton, che non ha mai perso il gusto per le giovani ragazze fin da quando Monica Lewinsky gattonava nello studio ovale (con la signora Hillary che ora sta facendo il diavolo a quattro per tirare dentro allo scandalo Donald Trump e ha accusato l’amministrazione di “insabbiamento” sulla gestione dei fascicoli), lo sceicco Sultan Ahmed bin Sulayem, la cricca degli scrocconi intelligenti, i satiri impenitenti come Bill Gates.

Al punto che fino a ieri si conosceva solo il virus di Epstein-Barr detto anche “malattia del bacio”, ora si è scoperto anche il virus Epstein-Gates. Probabilmente è una variante della patologia venerea che l’ex capo supremo di Microsoft si sarebbe beccato da alcune ragazze russe portate a Little Saint James con il Boeing 727 – battezzato “Lolita express” – con cui il pedo-finanziere recapitava agli amici le sue “prede”. C’è, in una delle mail in cui Epstein si autoracconta, un particolare: Gates gli chiedeva quali antibiotici somministrare alla moglie Melinda, di nascosto, per evitarle il contagio. Niente male per uno come il filantropo, primo finanziatore dell’Oms e vaccinatore seriale del mondo!

Negli Epstein files c’è tutto questo e molto d’altro: verbali di tribunale, contratti e contatti, miserie e minuzie, orrori e menzogne. Leggendoli viene da pensare che le cose “dell’alto mondo” sono meschine e che, come ne I vestiti nuovi dell’imperatore di Hans Christian Andersen, il re (non solo in senso figurato) sia nudo. Ma chi lo ha gridato?

Le accuse di Virginia

Nell’incubo Epstein il dito lo ha puntato Virginia Roberts Giuffre – morirà suicida il 25 aprile 2025 –  abusata a New York quando aveva 16 anni. L’aveva reclutata come tantissime altre Ghislaine Maxwell, che era la tuttofare del pedo-finanziere. Doveva fare massaggi ai piedi all’orco di Wall Street, è finita violentata da lui e da lei. È stata Virginia a fare la lista degli abusi, mettendo insieme la prima segnalazione giudiziaria del 1996 contro Epstein, proseguita nel 2008 quando il procuratore della Florida, Alexander Acosta, che poi entrerà nella prima amministrazione Trump, lo condanna a soli 13 mesi per abusi sessuali.

Tutti sapevano chi era e cosa faceva, e tutti gli chiedevano favori (tanti di tipo sessuale) in cambio d’informazioni che Epstein trasformava in soldi. Una sorta di insider trading della depravazione. Usava le ragazze come “honey trap” per invischiare gli interlocutori. Faceva donazioni (come al Mit e ad Harvard) per accreditarsi, si comprava giornali per lodarsi, recuperava crediti con piglio da gangster, favoriva nomine, immaginava complotti. Forse aveva in testa un ordine mondiale dove il denaro è tutto e aveva iniziato una crociata contro il #MeToo. Il suo generale sul campo era Steve Bannon. Di certo il miliardario era una sorta di grande burattinaio capace di sfruttare i vizi altrui dove specchiava le sue ossessioni. Da qui la nascita di diverse teorie del complotto con lui al centro: l’internazionale dei pedofili, i riti satanici, il dominio sionista, il mondialismo della destra.

Dal “pizza-gate” ai riti iniziatici

L’ha svelata Julian Assange, questa teoria del complotto. E, a dirla tutta, gli Epstein files sembrano un WikiLeaks al contrario. Nato nelle prime presidenziali trumpiane, il Pizza Gate ruotava attorno alla convinzione che alla pizzeria Comet Ping Pong di Washington si radunasse una setta legata ai democratici per il traffico di esseri umani gestita da una rete di pedofili.

La teoria fu riproposta anche da un altro gruppo di complottisti QAnon. Se nella prima formulazione si riteneva che Bill e Hillary Clinton (da qui la particolare sensibilità dei due agli Epstein files) fossero i garanti del complotto, nella seconda formulazione si è individuato in Epstein il capo della Spectre mondiale della pedofilia. Con un dato non trascurabile: il pedo-finanziere conosceva Christopher Poole, il fondatore di 4Chan, che è il sito di riferimento del complottismo Maga e che pubblica i racconti QAnon.

Chissà che dalla lista non spunti anche il diffusore dei complotti. Tutte nasce da un’intervista in cui viene chiesto a Jeffrey Epstein: «Quando si guarda allo specchio vede il diavolo?». Lui risponde: «Ho buoni specchi, ma il diavolo mi fa paura». Indagando negli Epstein files però ci sono riti di iniziazione e violenze inaudite sulle ragazzine e, a detta del vice procuratore generale degli Stati Uniti Todd Blanche, rappresentano la prova della partecipazione a queste pratiche dei personaggi dell’élite mondiale legati a Epstein attraverso la rete dei favori.

Ciò che però lascia perplessi è che nei documenti non si trovano tracce evidenti di ricatti, come se Jeffrey si servisse delle informazioni che raccoglieva per generare, come si usa in Borsa, profitto.

Il “dominio sionista”

La sua origine ebraica e l’amicizia con Ehud Barak quando era ministro della Difesa israeliana fanno unire a molti i puntini delle illazioni. Epstein schiva nel 1996 una prima inchiesta per abusi sessuali proprio perché si fa passare per agente sotto copertura e la stessa cosa dirà Alexander Acosta per giustificare la pena mite inflittagli dopo il primo processo per abusi a Miami.

Certo è che presenta al ministro israeliano il boss del centro analisi di big data Palantir, ovvero Peter Thiel (nominato nei files più di 2.200 volte). Oggi Thiel è una figura importante nel mondo di Donald Trump e tanto basta per dire che il sionista Epstein ha in testa di costruire il nuovo ordine mondiale a partire da Israele. L’unica cosa sicura è che l’esercito israeliano usa il sistema Palantir, che fornisce tecnologie di Intelligenza artificiale e di analisi dati, impiegate secondo diverse fonti nelle operazioni militari e di intelligence.

Steve Bannon e Francesco

Steve Bannon è citato migliaia di volte negli Epstein files. Nelle mail Steve parla dei suoi rapporti con i partiti sovranisti di tutta Europa: dalla Lega a Marine Le Pen, passando per Viktor Orbán. Ha in testa di creare un’internazionale della destra ed Epstein lo sprona a darsi da fare per fermare il #MeToo. Tra le carte spunterebbe anche l’idea di un’azione per costringere papa Francesco alle dimissioni; una cosa invece è sicura: Bannon parla al riccone di Peter Thiel e allora lui lo tampina con una serie di mail in cui si accredita come il grande regista della svolta mondiale a destra. Scrive a Thiel: «Tribalismo, opposizione alla globalizzazione, nuove alleanze, questo è solo l’inizio». È una evidente tendenza a diventare il grande burattinaio. E le comparse da muovere a Saint James Island non gli mancavano.

L’attrazione magnetica per Putin

Dalle carte emerge una vera ossessione di Epstein per Vladimir Putin. Fa innumerevoli tentativi per agganciare il Cremlino, non ci riesce e si consola con un “traffico” di ragazze che fa arrivare dalla Russia. Si capisce però lo stile Epstein: creare la giusta occasione per acquisire potere, del resto la sua storia era cominciata così alla Bear Stearns.

I tanti altri invischiati in varia misura

Non si capisce se sia gossip o attentato all’ordine degli Stati. Sta di fatto che da “Pedophile island” c’è passato il mondo. L’ex principe Andrea con Sara Ferguson era tra i più assidui, ci sono foto inequivocabili, il sospetto è che abbia raccontato segreti di Stato.

Ma l’elenco di personaggi rimasti travolti dal più scottante scandalo del 21esimo secolo è infinito. Jack Lang, già ministro della Cultura francese che viveva nel lusso ma si faceva pagare tutto, ha letto i giornali del mondo definirlo scroccone e ora è sotto indagine per «riciclaggio aggravato di frode fiscale» (per contro, Epstein amava Parigi, aveva casa sui Champs-Élysées e lì perpetrava altri abusi: c’è una mail in cui ordina alla Maxwell di spedirgli due ragazze, ma le voleva ventenni). Gli invischiati in vario modo, dicevamo sono tantissimi: Nicholas Negroponte, fondatore del Mit MediaLab di Boston, che ha difeso i soldi ricevuti da Epstein; Kathryn Ruemmler, responsabile legale di Goldman Sachs (ex consigliera di Obama alla Casa Bianca), che dopo la pubblicazione dei file ha annunciato le sue dimissioni (da alcune mail sembrava sapere del metodo-Epstein); Thorbjørn Jagland, ex primo ministro norvegese ed ex presidente del Comitato per il Nobel, incriminato per corruzione aggravata a causa di favori ricevuti, sembrerebbe per intercedere con Putin; Thomas Pritzker, patron della catena di alberghi Hyatt, dimessosi per le rivelazioni sui contatti frequenti con lui.

Dentro i files c’è di tutto. E sembrano tornati i tempi italiani di Tangentopoli, quando se non ricevevi un avviso di garanzia non eri nessuno e così pare che se uno non figura negli Epstein files non conti nulla. Musicista, matematico, truffatore a Wall Street, classificato come “sex offender” dieci anni prima della sua morte, ma è riuscito a tenere in pugno i potenti che oggi scontano la gogna mediatica o che si trovano con la vita rovinata. Queste sono cose “dell’alto mondo” dove Jeffrey ha inoculato il gene del male.


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