Un mese per bruciare il governo dei migliori e confermare al mondo intero che il calcio italiano non solo non è riformabile, cosa che si era intuita già nelle ere precedenti, ma anche che ha difficoltà insormontabili nel gestirsi da solo. Persino in un passaggio che dovrebbe essere basilare come la scelta del commissario tecnico cui affidare la nazionale maggiore, uscita con le ossa rotte dalla terza mancata qualificazione al Mondiale e sull’orlo di una crisi di nervi.
Dal 22 giugno, giorno dell’elezione di Giovanni Malagò a presidente della Figc, al 26 luglio quando Paolo Maldini e Leonardo hanno presentato le loro dimissioni, il giro alla morte al contrario è stato tanto spettacolare quanto spietato. L’idea di poter provare a convincere Guardiola a sedersi sulla panchina azzurra aveva tenuto in vita tutto, quasi collante di un quadro in cui le crepe erano evidenti per quanto tenute sottotraccia. Il supporto politico a Malagò era di facciata, quello al progetto di creare finalmente un qualcosa di rottura rispetto al passato, dando ampi poteri alla neonata direzione tecnica, è stata un’illusione durata lo spazio di una mattina. Quando il patron del Torino Urbano Cairo è uscito dall’incontro dei ‘direttori’ con i presidenti della Serie A spiegando la teoria dei “cento giorni” da contrapporre alla rifondazione a medio e lungo termine, il velo un po’ ipocrita della condivisione è venuto giù di colpo.
Un mese dopo la situazione del calcio italiano è, se possibile, ancora peggiore di quella che ha accompagnato l’attesa dell’elezione di Malagò. L’ex presidente del Coni dei miracoli, considerato l’unico e ultimo dirigente italiano in grado di risollevare il pallone facendo leva sull’esperienza vincente e di lungo corso, si è visto costretto a sconfessare il pilastro su cui si basava la sua ricetta iniziale. Non ci sarà un progetto di rifondazione e se anche ci fosse un nuovo direttore tecnico (Chiellini?) è chiaro che avrà poteri limitati e dovrà sottostare a pressioni e condizionamenti.
La crisi di rigetto è stata totale. La guerra intorno al commissario tecnico ne è stata solo la spia e la supposta “questione morale” che ha sabotato la scelta di Andrea Pirlo un pretesto per farla esplodere. Per intenderci: non aver intercettato prima il potenziale deflagrante della collaborazione con il portale russo di scommesse è stato un errore, ma appare chiaro come la vicenda si sarebbe risolta diversamente se fosse stata legata a un profilo non respinto come quello di Pirlo. Su cui le valutazioni sono state tecniche, non morali. Ed è stata anche la finestra lasciata aperta che ha consentito alla politica di tornare a mettere le mani sul sistema calcistico dopo essere stata respinta in primavera.
A questo proposito, lo scambio al veleno tra Malagò e il ministro dello Sport, Andrea Abodi, ha messo sotto gli occhi di tutti che i rapporti tra questa Figc e il governo sono gelidi. Non che non si conoscessero le difficoltà, ma una crisi conclamata è l’ultima cosa che servirebbe al calcio italiano che necessita di un supporto per affrontare gli altri dossier, non la scelta del ct, potendo contare su un minimo di condivisione. Invece siamo al muro contro muro e alle stilettate. Male. Molto male.
In questo clima di tutti contro tutti, un mese dopo la chiamata di Malagò che era considerata la soluzione estrema (quasi il governo Draghi del pallone, per usare un parallelo politico), la situazione è che Malagò è azzoppato, i ministri tecnici da lui chiamati – il meglio su piazza – respinti al mittente e il campo dei presunti sostenitori lacerato. La partita per il prossimo ct rappresenta al meglio la situazione: che sia Roberto Mancini o che la scelta ricada su Antonio Conte, nessuno dello schieramento avverso riconoscerà la legittimità dell’investitura. Basta dare un’occhiata al posizionamento anche editoriale delle parti in causa per rendersene conto.
Comunque vada, dunque, sarà un disastro. Figuriamoci quando Malagò dovrà mettere mano alle riforme quelle vere che per definizione scontentano molti e devono essere portate avanti facendosi scudo degli altri. La domanda è semplice: se la banale nomina del ct ha affossato la credibilità di tutto l’impianto, cosa accadrà quando sul piatto ci saranno temi molto più complessi e vitali per il sistema?
