Da una parte lo tsunami di Gerry Cardinale, il Milan azzerato poche ore dopo il fallimento della stagione e una linea di gestione da costruire da zero e anche abbastanza rapidamente. Dall’altra la calma apparente della Juventus, dove nulla cambia anche se tutto potrebbe mutare. Fuori dall’Europa che conta anche i bianconeri, con dinamiche e rapporti da rammendare o nodi da sciogliere e una proprietà che ha visto sgretolarsi giorno dopo giorno le certezze costruite nei mesi scorsi. E che sta scegliendo una strada opposta rispetto a quella del Milan, almeno per il momento.
John Elkann non ha preso la Juventus di petto come fatto, invece, dal collega milanista. Le cronache raccontano di un tentativo in atto di conciliare le diverse anime della società: da una parte quella dirigenziale impersonata da Damien Comolli, chiamato alla Continassa un anno fa, nominato in novembre amministratore delegato e ora nel mirino per i disastri di due mercati onerosi e sbagliati, e dall’altra Luciano Spalletti che del prossimo progetto vorrebbe essere il centro di gravità.
Esigenze inconciliabili se il punto di partenza rimane quello di due fazioni che non comunicano, l’una convinta che sia l’altra a dover fare un passo indietro. In mezzo la proprietà che da sette anni getta soldi nel meccanismo inceppato del club, aumenti di capitale che hanno bruciato oltre un miliardo di euro, e che avrebbe la necessità di non avviare l’ennesimo Anno Zero dell’era post Andrea Agnelli. In attesa di capire se e come Elkann scioglierà il nodo, preso come è anche da altre vicende a partire dalla presentazione della nuova Ferrari elettrica che segna una discontinuità nella storia del Cavallino, il mondo Juve assiste ai giochi di posizionamento.
Le colpe di Comolli (e le ragioni che può presentare)
Il problema è che hanno tutti ragione pur avendo tutti una parte di torto e una fetta, magari non simmetrica, di responsabilità per quello che è accaduto nell’ultima stagione. Comolli può giustamente rivendicare di essere stato ingaggiato dallo stesso Elkann con il compito, gravoso, di ridisegnare tutta l’azienda Juventus e di aver lavorato a questo arrivando ora a una struttura che dovrebbe cominciare a funzionare. Dunque, non avrebbe senso non metterla alla prova.
Ma lo stesso Comolli ha il torto di essersi presentato malissimo al mondo Juventus, con la presunzione di chi ritiene di poter insegnare come fare a un ecosistema che non conosce, con rapporti umani (si racconta) non costruiti e con due sessioni di mercato disastrose: Openda, David, Zeghrova, la conferma non convinta di Tudor, l’atteggiamento ondivago nella vicenda del rinnovo di Vlahovic e non aver dato a Spalletti in inverno l’attaccante che chiedeva. Capi d’accusa pesanti, circostanze che hanno eroso il suo patrimonio di credibilità dentro e fuori dalla Juventus.
Spalletti e la firma sul fallimento in campionato
E Spalletti? Ricorda giustamente di essere salito in corsa sul carro bianconero, di aver allenato una squadra costruita da e per altri e chiede fisiologicamente di poter contare di più nelle scelte future. Il nodo, però, è quanto debba pesare la sua opinione su un mercato in cui andranno necessariamente bilanciate le esigenze tecniche e quelle economiche, avendo la mancata qualificazione in Champions League creato un ‘buco’ di diverse decine di milioni di euro.
Qui si arriva al nodo della convivenza perché il tecnico è pur sempre stato in panchina da inizio novembre, non è riuscito ad andare oltre il sesto posto in campionato (54 punti in 29 giornate) e in Europa ha fatto così così fino alla cacciata nei playoff per mano del Galatasaray incassando cinque gol in Turchia. Tradotto: non può essere il cavaliere bianco che viene per salvare tutti, ma ripartire da lui – contratto firmato ad aprile quando la qualificazione sembrava in tasca – dovrebbe passare anche attraverso una sana autocritica dei propri errori.
Elkann si trova in mezzo al guado. Sembra aver scelto la strada della mediazione tra anime pur sapendo dei rischi che si assume perché senza chiarezza e collaborazione la Juventus affronterà nei prossimi mesi mari tempestosi. Il calcio è semplice nella sua linearità: funzionano i progetti di società che hanno una linea di comando chiara e una base condivisa che attraversa il club a tutti i livelli fino all’area sportiva. Lo spogliatoio può anche litigare, i piani alti e intermedi no. Chi ha ragione tra Cardinale ed Elkann?
