Home » Attualità » Sport » Juventus, le colpe di Comolli e il vero prezzo del fallimento

Juventus, le colpe di Comolli e il vero prezzo del fallimento

Juventus, le colpe di Comolli e il vero prezzo del fallimento

La mancata qualificazione alla Champions League, il buco di bilancio che Exor chiuderà e l’addio o ridimensionamento del manager voluto un anno fa da Elkann. Che continua a bruciare dirigenti e progetti sportivi…

Alla fine il conto del fallimento sportivo della Juventus lo paga Damien Comolli, un anno dopo la chiamata di John Elkann al capezzale della Juventus e a sei mesi dall’investitura ad amministratore delegato. Parabola rapida e non indolore per il manager francese, qualsiasi siano le decisioni del patron della Exor una volta che il campionato si sarà concluso. L’aria che tira alla Continassa è facile da interpretare: Comolli è sul filo mentre Spalletti è considerato il presente e il futuro.

Non sarebbe nemmeno qualcosa di sorprendente se non fosse che il plenipotenziario voluto da Exor e ora come minimo ridimensionato è il terzo amministratore delegato negli ultimi cinque anni di Juventus. E probabilmente sarà seguito a breve o medio termine dal quinto. Una lista che parte da Maurizio Arrivabene, mandato per cercare di controllare conti fuori controllo e si arricchisce della figura di Maurizio Scanavino, nel momento drammatico dell’inchiesta sui bilanci bianconeri, per arrivare a Comolli. E prima di Arrivabene c’era stato lo spazio per la svolta dei quarantenni decisa da Andrea Agnelli che aveva spazzato l’esperienza del duo Marotta-Mazzia su cui era stato costruito il ciclo vincente e virtuoso dei nove scudetti e del conto economico sostenibile.

Juventus, la continua condanna a ripartire dall’Anno Zero

Porte girevoli che non possono non trasmettere un senso di perenne precarietà, con l’azienda Juventus condannata continuamente a vivere il suo Anno Zero. Un eterno ritorno al punto di partenza che coinvolge anche le figure intermedie della società come direttori sportivi (4) e allenatori (Spalletti è il numero 6). E’ fisiologico che accada quando il fallimento coinvolge tutte le aree del club, costringendo la proprietà a continui interventi per ripianare i buchi, ma è anche un segnale di enorme debolezza che allontana il momento del ritorno alla piena competitività.

La mancata qualificazione alla Champions League sarà uno tsunami con effetti nell’immediato e nel medio periodo. Conti alla mano significa aver mandato in fumo ricavi per non meno di 60 milioni di euro, anche se la stima corretta si avvicina a 100. Per un club alle prese con un percorso lungo e faticoso di risanamento e riequilibrio dei conti è un colpo durissimo. Chiunque sarà al comando delle operazioni, nella prossima estate bisognerà mettere mano a qualche sacrificio sul mercato e non tutti gli obiettivi che Spalletti aveva delineato nelle settimane in cui l’Europa che conta sembrava alla portata, spesso nomi di alto profilo e ingaggio pesante, saranno raggiungibili.

Juventus, da ricostruire l’intero organico della parte sportiva

Il piano per tornare a vincere e allo stesso tempo a generare utili, insomma, non è più attuale e andrà riscritto. Elkann quasi certamente dovrà procedere a un nuovo aumento di capitale, ma quello che più ancora inciderà sul percorso di rinascita è che l’uscita di scena (o ridimensionamento) di Comolli metterà in discussione tutto l’apparato che il manager francese ha costruito nel corso dell’inverno. Tradotto: la struttura stessa della Juventus fa riferimento a Comolli, dal direttore sportivo (Ottolini), al direttore tecnico (Modesto) ai dirigenti che si occupano di marketing e misurazione delle performance della squadra. Ridisegnare gli equilibri, se a pagare il conto sarà Comolli, non sarà né rapido né indolore.

Ecco perché il bivio davanti al quale si trova John Elkann è difficile da interpretare e anche estremamente pericoloso. Immaginare che le cose possano andare aventi come nell’ultima stagione non si può: Spalletti ha fatto chiaramente intendere di non condividere la visione di calcio di Comolli, ricambiato dal francese, e ha stabilito un contatto diretto con la proprietà. Il rinnovo di contratto ad aprile, senza certezza del raggiungimento dell’obiettivo, è stato il segnale della nuova centralità dell’allenatore che, però, è ora un condottiero azzoppato dall’aver messo la firma sul fallimento sportivo.

Solo lui ha avuto il coraggio di definire “grande” la sua stagione juventina. Numeri e risultati lo smentiscono ed è un problema ulteriore perché ripartire da un leader col quale non c’è accordo sulla lettura del passato è una base fragile per costruire il futuro. Il tutto in un contesto in cui Elkann dimostra da anni di essere a caccia dell’uomo giusto cui affidare la Juventus per la quale, al di là di qualche sporadica incursione e dell’enorme sostegno economico, non intende mettere la faccia. Il problema suo e di milioni di tifosi è che la ricerca finora è stata fallimentare e sta bruciando un tesoro di denaro, speranze e passione.

© Riproduzione Riservata