Una telefonata, a volte, resta tale, altre diventa la porta d’ingresso in un incubo.
Tutto comincia così. Chiamo un amico e lui mi liquida con voce agitata: «Ti richiamo, ho un’emergenza bancaria». Un’ora dopo lo fa davvero e mi racconta una storia che sembra scritta da uno sceneggiatore con una certa predilezione per le “ordinarie follie”. Prima arriva un SMS, apparentemente inviato dall’operatore della sua carta di credito che segnala tentativi di pagamento anomali per importi significativi. Nel messaggio compare un numero da chiamare. Lui lo chiama. Qui bisogna fermarsi subito, perché il primo errore è già avvenuto, ma non somiglia a un errore, ma a semplice buonsenso. Ricevo un avviso, mi preoccupo, chiamo. Peccato che in questi casi il buonsenso, se non è allenato e molto, diventa un cane da guardia che scodinzola al ladro.
Dall’altra parte trova attesa di routine, musichetta, operatore cortese, tono professionale. Nulla di teatrale. Nessun accento da film di serie B, nessuna richiesta sgangherata, nessun principe esotico con un’eredità bloccata. Solo normalità. Anzi: proprio quella normalità impiegatizia che tranquillizza, perché ci fa pensare che il mondo sia ancora governato da persone sedute a una scrivania, con un gestionale aperto e una pausa caffè in arrivo.
L’operatore gli spiega che sono stati tentati diversi pagamenti, uno addirittura da cinquemila euro, ma poi la scena cambia. Gli chiede di tenere il telefono acceso e a portata di mano: pare che su queste truffe seriali stia indagando la Questura. Potrebbe ricevere una chiamata che dopo pochi minuti arriva.
Il presunto inquirente parla di un’indagine riservata. Gli spiega che c’è forse un complice interno a una banca, guarda caso proprio la sua, e che lui può diventare una specie di infiltrato. Qui la truffa fa un salto di qualità. Non gli stanno più chiedendo di difendersi: gli stanno offrendo un ruolo. Non è più la vittima, diventa protagonista. Una sorta di agente sotto copertura con giacca, conto corrente e una comprensibile accelerazione del battito cardiaco.
Il compito è semplice, dicono. Deve andare in filiale ed effettuare un bonifico da diecimila euro verso un conto controllato dalle forze dell’ordine. Osservando il modo in cui l’operazione verrà gestita, gli investigatori potranno capire come funziona il meccanismo della truffa. Sembra assurdo letto a mente fredda. Ma le truffe non vengono progettate per la mente fredda perché sono costruite per quei minuti in cui l’ansia mette il cappotto alla ragione e la accompagna alla porta.
Il mio amico non è stupido. Anzi. È colto, attento alle questioni economiche, collaborativo. Magari un po’ ansioso, questo sì. Tuttavia, non più di molti di noi quando qualcuno ci dice che il nostro denaro è in pericolo e che, per salvarlo, dobbiamo fare esattamente quello che ci viene ordinato. La truffa moderna non cerca l’ignorante, piuttosto il momento fragile della persona intelligente.
Va in banca. Il sedicente investigatore gli chiede di tenere il telefono in tasca, con la chiamata attiva, così da poter ascoltare la conversazione allo sportello. È un dettaglio interessante, perché mostra la regia. Non vogliono solo dare istruzioni; vogliono controllare l’ambiente, stare nella stanza senza esserci, come certi cattivi odori, invisibili ma decisivi.
Il bonifico viene disposto. Poi, appena uscito, la telefonata riprende. Il falso poliziotto chiede se sia stato fatto istantaneo. No. A quel punto si irrita, o finge di farlo con sapienza. Spiega che così non va, che passerà troppo tempo, che l’indagine rischia di saltare, che il criminale non potrà essere osservato. Deve tornare indietro e trasformarlo in bonifico istantaneo. E lui torna. Qui entra in scena il vero eroe della storia: un funzionario della banca. Lo vede rientrare, si incuriosisce, gli chiede cosa stia facendo. Quando sente che vuole trasformare un bonifico ordinario da diecimila euro in uno istantaneo, non si limita a eseguire. Fa domande. Introduce quell’attrito che nei processi digitali consideriamo sempre un fastidio e che invece, qualche volta, è il paracadute nello zaino.
Il mio amico tentenna. Non sa bene cosa dire. Poi il funzionario gli pone la domanda che rompe l’incantesimo: per caso tutto è nato da una telefonata dell’operatore della carta di credito? Questo la sta spingendo a fare tutto ciò? In quel momento si sveglia. Il sogno diventa quasi incubo, ma resta “quasi”. Il bonifico non diventa istantaneo, ma viene annullato.
Dopo, parlandomi, li definisce “mentalisti”. Ha ragione. Non nel senso da palcoscenico, con il mazzo di carte e il pubblico che applaude. Nel senso peggiore: persone capaci di costruire una gabbia mentale usando urgenza, autorità, paura e desiderio di collaborare. Non sfondano la porta; più semplicemente ti convincono ad aprirla, a servirgli il caffè e magari a chiedere scusa per il disturbo.
La lezione non è “non fidatevi di nessuno”, perché sarebbe inutile e anche un po’ triste. La lezione è più semplice: quando qualcuno ci mette fretta, ci isola, ci chiede segretezza e ci spinge a muovere denaro, bisogna interrompere il copione. Riagganciare. Respirare. Chiamare la banca dal numero ufficiale. Parlare con una persona fisica, meglio se davanti a uno sportello. La sicurezza non è diffidenza universale; è la capacità di rallentare quando tutti fingono che correre sia indispensabile.
Perché nel mondo delle truffe non vince chi sa tutto: vince chi controlla il tempo e, al momento giusto, sa fermarsi.
