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Juventus e Spalletti, cosa resta dopo il fallimento

Juventus e Spalletti, cosa resta dopo il fallimento

Bianconeri fuori dalla Champions League, un’altra stagione buttata via. Elkann pagherà il conto economico ma in discussione tornano tutti, compresi Comolli e il tecnico.

Adesso che l’obiettivo è sfumato, serve un miracolo per ribellarsi al destino di una stagione senza Champions League, tutto torna in discussione. Tutto, compreso quello che sembrava scolpito nella pietra fino al momento del tracollo e che oggi va riletto con i filtri di un campionato fallimentare e fallito.

Aver ascoltato Luciano Spalletti evocare la necessità di un incontro con John Elkann per rimettersi in discussione aumenta il senso di confusione, non lo toglie. Lui che ha appena incassato la piena fiducia con annessa firma su un contratto scadenza 2028 e che era stato messo (e si era messo) al centro del villaggio bianconero, dettando l’agenda e la lista dei desideri di mercato per l’estate. Ha fallito anche Spalletti, inutile girarci intorno, e il prezzo del fallimento non sarà la sua testa ma ripartire con un leader azzoppato perché la mancata qualificazione alla Champions League deriva anche da sue scelte tecniche e non solo dagli errori di costruzione della rosa.

C’è un dato che lo inchioda: da quando si è seduto in panchina al posto di Tudor, Spalletti ha raccolto 53 punti in 28 partite di campionato che assomigliano sinistramente ai 52 in 29 costati l’esonero a Thiago Motta. Sentirlo parlare di “grande stagione” è stato spiazzante e molto poco juventino: anche proiettando la sua andatura (1,89 di media) su un intero campionato si arriva sotto la probabile quota Champions. Ma quale grande stagione?

Il problema, ovviamente, è più ampio e complessivo. Da anni la Juventus sbaglia tutto già nella scelta degli uomini cui affida i pieni poteri per la propria rinascita. Prima Giuntoli e adesso Comolli, continua a bruciare progetti sportivi, uomini e centinaia di milioni di euro. Elkann dovrà rimettere mano al’ennesimo aumento di capitale per pagare i conti del fallimento, ma il primo responsabile è lui che non riesce ad affidare il club a mani competenti e salde. Una sorta di giorno della marmotta che è diventato una condanna per un popolo di milioni di persone.

Cosa resta di questa stagione? Poco, quasi nulla. L’ultimo mercato, come quello che l’ha preceduto, è stato infruttifero e lascia in eredità situazioni complesse da gestire. Senza i soldi dell’Europa che conta sarà difficile rinnovare Vlahovic e attirare i giocatori pronti subito che voleva Spalletti: bisognerà fare di conto, tagliare dove si può e investire quello che si riesce. Si dovrà confrontarsi con la rabbia giustificata dei tifosi e con il calo di appeal di un brand una volta noto perché vincere non era importante, ma l’unica cosa che contava, e che adesso ha vissuto la domenica della verità con la Fiorentina pensando che non fosse la partita della vita. Si è visto.

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