Roberto Mancini sarà il ct dell’Italia che a settembre proverà a ripartire dalle macerie della terza mancata qualificazione consecutiva al Mondiale. Dopo il caos su Andrea Pirlo, incassate le dimissioni di Paolo Maldini e Leonardo che non accettavano un nome diverso rispetto all’ex compagno di mille battaglie al Milan, il presidente della Figc Giovanni Malagò ha deciso di fare di testa sua.
Si torna al piano originario, quello che era stato indicato come maggiormente probabile già nel momento della candidatura e poi elezioni di Malagò a capo del calcio italiano. E’ stato lui a dichiarare al Consiglio della Figc la sua scelta: “Sto parlando con Roberto Mancini perché sia il nuovo ct: aspettiamo la firma”. Poi la conferma con l’aggiunta di Claudio Ranieri direttore tecnico e presidente del Club Italia.
Lui, Roberto Mancini. L’uomo della fuga nel cuore del mese di agosto del 2023 con la nazionale ancora impigliata nelle qualificazioni all’Europeo dell’anno successivo. Una Pec inviata a Gravina, grazie e arrivederci. Due settimane più tardi la firma sul ricchissimo contratto da selezionatore dell’Arabia Saudita (25 milioni di euro all’anno), esperienza durata poco e non fortunata ma sufficiente per bollarlo agli occhi di tanti come “traditore”. Anche se Mancini ha sempre spiegato di essersi pentito dei modi dell’addio, non della sostanza visto che non sentiva più la fiducia della Figc nei suoi confronti.
Malagò. “Ecco come siamo arrivati alla scelta di Mancini e Ranieri”.
Dopo quarantotto ore sulle montagne russe, così Malagò ha spiegato le sue mosse: “Il tempo stringeva e io ho ritenuto che la persona giusta come ct fosse Roberto Mancini. Perché ho scelto Mancini rispetto a Conte? Ho un buonissimo rapporto con lui, fa parte delle valutazioni però scegliere l’allenatore. Chiellini? Uno degli argomenti su cui sono stato chiarissimo è che io, per rispetto a società che mi hanno candidato e sostenuto, non sarei andato a prendere persone che lavorano in un club di Serie A. Non ci ho mai pensato perché lavora alla Juventus”.
“Lo sgarbo di Mancini nel 2023? È evidente che sono state fatte tutte le valutazioni. Sicuramente l’ho preso in considerazione, so delle sue scuse recenti e ovviamente tutti hanno fatto le valutazioni del caso”. Sull’addio di Maldini e Leonardo: “Non c’è stato alcun tipo di conflitto o polemica con Maldini e Leonardo. Nel massimo rispetto, come avviene nelle migliori famiglie, c’è stata un assoluto e sereno confronto”,
E sulla scelta, della quale ha rivendicato la paternità, di non dare corso all’assunzione di Pirlo come ct: “Non ero affatto al corrente della collaborazione con Fonbet. Sotto il profilo anche giuridico non aveva nessuna controindicazione se avesse rescisso il contratto, ma non me la sono sentita”.
Mancini, il ct che la Serie A non voleva…
Malagò aveva in testa Mancini fin dall’inizio e aveva accettato di puntare altrove il mirino solo per dare corpo al progetto più grande, quello di mettere in mano la parte tecnica a due monumenti come Maldini e Leonardo. Svanito Guardiola, però, era emersa la candidatura unica e blindata di Andrea Pirlo e su quella il presidente nutriva dubbi enormi a prescindere dal pasticcio della partnership con il portale russo Fonbet.
Ecco perché, una volta abortito il piano Pirlo, Malagò ha voluto prendere in mano direttamente la situazione anche a costo di arrivare alla rottura con Maldini e Leonardo. E anche a costo di scontentare i club di Serie A, suoi azionisti di maggioranza nella corsa elettorale alla poltrona di presidente della Federcalcio: volevano Antonio Conte, disposti anche a pagare parte dell’ingaggio top. Avranno Mancini che si cospargerà il capo di cenere e accetterà i canoni federali (circa 2,5 milioni netti a stagione fino al 2030). In Consiglio federale nessuno ha sollevato eccezioni al nome di Mancini. Nella quotidianità, si vedrà.
Direttore tecnico, cosa resta del progetto di Malagò
Entrando nella sede della federazione in via Allegri Giorgio Chiellini, considerato a torto o a ragione candidato in pectore, si era sfilato elegantemente ma senza lasciare spazio a tentativi: “Ci tenevo a precisare una cosa: sono molto felice del mio ruolo alla Juventus, in supporto del direttore generale Giovanni Carnevali e del club bianconero”. L’altro nome, diventato attuale e operativo, era quello di Claudio Ranieri, libero da qualsiasi impegno dopo aver perso la guerra di Trigoria con Gasperini.
Anche Ranieri, però, ha uno scheletro nell’armadio perché è la figura che Gravina e Buffon avevano individuato nel giugno 2025 per subentrare a Luciano Spalletti, esonerato dopo il crollo in Norvegia. Contatto preso, disponibilità registrata, contratti in scrittura con ampie garanzie sulla possibile convivenza con il ruolo di advisor della famiglia Friedkin per la Roma. Poi la rivolta della piazza giallorossa e il dietro front notturno di Ranieri che ha spinto Gravina e Buffon a chiamare Rino Gattuso. Il resto è storia. Purtroppo.
Mancini e l’Italia, una storia con luci e ombre
La storia di Mancini con la panchina azzurra merita, però, di non essere liquidata ricordando solo il suo tradimento finale. E’ stato l’artefice del trionfo di Wembley, l’Europeo conquistato a sorpresa nel 2021 che rappresenta quasi l’unica luce dell’ultimo ventennio della nazionale italiana. Si era presentato dopo il fallimento precedente spiegando l’ambizione di tornare a comandare, anche attraverso un calcio tecnico e propositivo: missione compiuta, anche in fretta.
Poi si è incartato nella corsa al Mondiale successivo, punito molto dalla sfortuna (i rigori sbagliati da Jorginho nelle sfide con la Svizzera) e un po’ da errori di valutazione. Confermato da Gravina perché il bonus conquistato a Wembley copriva la veregogna successiva, non è più stato lo stesso come se il magic touch si fosse esaurito. A seguire il terzo posto nella Nations League perdendo la semifinale con la Spagna e battendo l’Olanda nella finalina e l’epilogo amaro con la nomina a coordinatore anche delle nazionali minori contestuale al gelo calato con Gravina.
