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Altro che infiltrati, i no Tav rivendicano la guerriglia (dietro gli antagonisti c’è Askatasuna)

Altro che infiltrati, i no Tav rivendicano la guerriglia (dietro gli antagonisti c’è Askatasuna)
Ansa

Gli autori dell’attacco ai cantieri in Valsusa rivendicano i blitz Alle loro spalle ci sono i tentacoli del centro sociale di Torino

Gli antagonisti hanno un solo pregio, se così si può definire: quello della chiarezza. A differenza dei loro quasi amici della sinistra istituzionale, gli attivisti non si nascondono dietro la pelosa condanna della violenza. Anzi, rilanciano e promettono altre battaglie e, dunque, altri scontri.

«Questa lotta è ancora giovane e vogliamo opporci a questa opera che ci toglie spazi risorse», hanno dichiarato alcuni attivisti ieri durante il surreale punto stampa indetto a Venaus, uno dei paesi in cui i No Tav sono più radicati. «Si è parlato di violenza, ma la violenza è quella che noi da trent’anni subiamo con la militarizzazione che anche oggi viene riproposta con i blocchi di questa mattina per uscire da Venaus». Agli antagonisti non è piaciuta la presenza dello Stato nei loro luoghi simbolo. E hanno persino colto l’occasione per fare le vittime. «Questa è l’ennesima prova di forza per intimidire ulteriormente, per colpire e criminalizzare i giovani che subiscono repressione nei movimenti sociali ma che, nonostante ciò, alzano la testa», hanno detto. «Siamo nati in questa valle e sappiamo cosa significa vivere in questo territorio devastato con sempre nuovi cantieri. Anche noi siamo parte della resistenza». La nuova resistenza, come no.

Dalle rivendicazioni sul campo ai bollettini d’area: la narrazione della protesta

A parlare è stata anche l’ottantenne Nicoletta Dosio, storica no Tav con un passato di lotta e condanne: «Non c’è da prendere nessuna distanza: c’eravamo tutti e tutti rivendichiamo di esserci stati», ha scandito. «Sono trent’anni che subiamo violenza. Devastazione? L’abbiamo subita noi. Non c’è nulla da prendere le distanze, c’eravamo tutti in marcia».

Su Infoaut, organo online degli antagonisti torinesi, i toni sono ancora più enfatici. Dopo la giornata di scontri che ha prodotto circa un milione di danni, sul portale è apparso un articolo che grondava gioia ed esaltazione: «Si è conclusa una grande giornata di lotta per la Val di Susa», si legge. «Tutti i cantieri della valle sono stati raggiunti e contestati, i dispositivi previsti dalle forze dell’ordine sono stati raggirati e superati grazie alla determinazione delle tante generazioni scese in piazza». Roba che nemmeno la Pravda ai tempi di Stalin. E ancora: «Dall’alto dei sentieri si vedono colonne di fumo, quello che si respira nell’aria però non è l’odore acre di ferraglia e neanche quello bruciante dei lacrimogeni, ma l’entusiasmo di migliaia di persone che sono riuscite a raggiungere quello che sembrava essere uno dei fortini più inespugnabili della storia, dimostrando che la val di Susa e tutt’altro che pacificata».

Poi la minacciosa conclusione: «Da Sergio Mattarella a Matteo Salvini l’arco istituzionale si è espresso nelle ore successive. Solidarietà alle forze dell’ordine e narrazioni che dipingono i no Tav come il frutto marcio della sinistra rappresentano la pochezza che incarnano le opzioni politiche oggi. La differenza sostanziale con chi spreca parole per dare dei facinorosi e degli incappucciati a chi partecipa attivamente alla costruzione di un mondo migliore è che questi politicanti tentano in maniera abbozzata e a tratti autoritaria di affrontare volenti o nolenti i frutti marci della loro crisi, noi construiamo passo dopo passo la possibilità di porre fine a ingiustizia e sfruttamento. I politicanti di ogni risma devono mettersi il cuore in pace, il Tav è tornato ad essere centrale nelle loro preoccupazioni. Il villaggio di Asterix che pensavano di aver sconfitto è più vivo e combattivo che mai e oggi li ha decisamente battuti».

La rete delle roccaforti territoriali e le concessioni urbane

A leggere queste righe verrebbe da pensare che vi sia una abissale distanza fra i facinorosi e la sinistra ufficiale. Ma le cose stanno in maniera decisamente diversa. Infoaut è uno degli organi di connessione fra i no Tav e i centri sociali torinesi come Askatasuna. Due mondi che hanno legami stretti. «Negli anni, gli antagonisti di Askatasuna hanno messo in piedi una galassia che va oltre il centro sociale che è stato sgomberato e sopravvive anche oggi allo sgombero», dice alla Verità Maurizio Marrone, assessore piemontese di Fdi. «Pensiamo a Radio Blackout, l’emittente ospitata a canone politico nei locali del Comune di Torino, al centro sociale Murazzi, anche questo con i locali comunali concessi agli antagonisti per la stagione estiva dei concerti, all’occupazione abusiva Neruda che ospita il collettivo femminista Non una di meno e anche alle strutture che hanno messo in piedi in Valsusa».

Queste ultime sono particolarmente interessanti. Nella valle, gli antagonisti possono contare su alcune roccaforti. «Ad esempio La credenza», continua Marrone, «che è un’osteria-centro sociale nel Comune di Bussoleno, e il Festival Alta felicità, alla decima edizione, che raduna migliaia di antagonisti da tutta Europa e diventa anche l’occasione per scatenare gli assalti al cantiere come quello di due giorni fa, costato un milione di euro alla collettività e più di cento agenti delle forze dell’ordine feriti. È una vergogna a cui bisogna metter fine».

I punti di contatto operativi e il nodo delle tutele politiche

Il Festival Alta felicità ha una storia singolare. Sugli stessi profili online che lo promuovono compaiono anche gli inviti a marciare contro i cantieri del treno. E a gestire la kermesse sono personaggi che fanno da trait d’union fra il centro sociale Askatasuna e i no Tav. «L’art director del festival è Andrea Bonadonna, che era all’epoca il braccio destro, se così vogliamo chiamarlo, di Giorgio Rossetto, l’ex storico leader di Askatasuna. Ora sono entrambi imputati nel processo d’Appello al centro sociale», spiega Sara Sonnessa, cronista che segue con attenzione le vicende degli antagonisti e si è infiltrata tra le loro file durante gli scontri. Per inciso, Bonadonna è anche il gestore dell’osteria La credenza, in precedenza gestita da Nicoletta Dosio.

Attorno ai luoghi del Festival Alta felicità c’è anche un campeggio «che conta oggi migliaia di partecipanti, che arrivano da tutta Italia e non solo, da tutta Europa. Posso dirlo con sicurezza», continua Sonnessa, «perché l’ho visto con i miei occhi e perché sabato abbiamo battuto le stesse strade: le persone che sono arrivate a devastare il cantiere di Chiomonte sono partite proprio da Venaus e dal campeggio». Insomma, tra Askatasuna e i no Tav sovrapposizioni e connessioni sono fin troppo facili da rintracciare. Come del resto emergeva dalle carte del processo agli antagonisti torinesi di cui abbiamo dato conto nei mesi scorsi. Ed è facile pure ricostruire le protezioni e coperture che la sinistra torinese ha concesso ad Aska.

Lo scorso maggio, giusto per citare un caso, è stato il vicesindaco pd di Torino, Michela Favaro, a trattare con le forze dell’ordine perché fosse concesso agli antagonisti di organizzare una grigliata nel cortile del centro sociale sgomberato. Lo stesso centro sociale che il sindaco Stefano Lo Russo ha accuratamente evitato di sgomberare per mesi. A liberarlo ci ha pensato l’assessore Marrone. «Quello è stato solo il primo passo», ci dice. «Per impedire che avvengano di nuovo devastazioni e saccheggi come quelli visti a Venaus occorre vietare anticipatamente per ragioni di ordine pubblico eventi come il Festival musicale Alta felicità». Non ha torto, visto che nemmeno il fermo preventivo è servito a bloccare gli attivisti, alcuni dei quali sembra siano stati lasciati liberi di circolare nonostante fossero stati fermati con armamentario da battaglia. E forse nemmeno vietare basta: per prima cosa, bisognerebbe togliere ai violenti le coperture politiche di cui fino ad oggi hanno goduto.

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