L’Inter vince lo scudetto, il numero 21 della sua storia. Un anno dopo lo choc della volata persa per un punto con il Napoli e della finale mai giocata con il Psg a Monaco di Baviera, dopo un’estate di delusione, sussurri e grida e con in panchina un tecnico pressoché debuttante. L’Inter vince un titolo che descrivere oggi come scontato significa offendere memoria e intelligenza di chi legge o ascolta. Aveva una squadra forte, forse fortissima, Chivu che era stato chiamato da Marotta al capezzale del grande malato, ma era anche una squadra da ricomporre pezzo per pezzo, sgualcita nel fisico, nella mente e nell’anima. Esserci riusciti rende lo scudetto numero 21 della storia interista non un’impresa e però consegna la stagione agli annali: da ricordare come esempio di come un gruppo pieno di talento e carattere sia capace di lasciarsi alle spalle anche le più cocenti delle delusioni.
La festa tricolore arriva con tre giornate d’anticipo sulla fine delle ostilità. E’ stato un dominio, anche questo non scontato. La stagione dell’Inter non è stata lineare se non nella sua lunga fase centrale, quella in cui i nerazzurri hanno viaggiato a un ritmo insostenibile per tutti con 14 vittorie e un solo pareggio tra le sconfitte nei due derby con il Milan che restano la macchia lavata via solo dalla gioia della celebrazione finale. Prima e dopo il grande strappo c’è stato spazio per tutto, compresi i dubbi.
Lo scudetto di Chivu e di chi lo ha voluto e difeso
Cristian Chivu ha trascorso la primavera togliendosi sassolini dalle scarpe, ricordando come in estate molti fossero scettici sulle possibilità dei quasi campioni di tutto (e trombati in tutto) e su quelle dell’allenatore che prima di sbarcare a Milano si era seduto su una panchina da professionista solo 13 volte. Sbaglia, perché chi nutriva dubbi allora non faceva altro che cronaca e perché l’avvio del torneo non era stato immune da errori ed omissioni: cadute in serie (4 nelle prime 12 giornate), scontri diretti senza vittoria o quasi e la diffusa sensazione di un cambio di pelle non digerito dallo spogliatoio. Poi il cambio di passo che ha lasciato in eredità un tesoretto sufficiente anche a gestire l’unico passaggio a vuoto per un calo di condizione tra febbraio e marzo.
E’ lo scudetto di Chivu e di chi lo ha scelto, Marotta e Ausilio, difendendo la decisione. Lo scudetto di Lautaro Martinez, anima del gruppo, di Dimarco re degli assist, Barella e Calhanoglu che seppure a sprazzi sono saliti di livello confermandosi top d’Europa, Zielinski riserva di lusso e Pio Esposito che si è fatto largo nelle gerarchie coprendo anche il lungo digiuno di Thuram. Lo scudetto della difesa, la migliore del campionato, e soprattutto dell’attacco che ha macinato numeri da record confermando l’idea che Chivu ha provato a teorizzare e cioè che l’Inter si debba adeguare al calcio moderno in cui conta più attaccare che controllare il gioco.
Chivu come Mancini e Mourinho?
Dovesse arrivare anche il trionfo in Coppa Italia sarebbe una stagione storica, nel senso che in sole due altre occasioni con Mancini e Mourinho è riuscita la doppietta ai nerazzurri. Non è stata fortunata la campagna in Champions League pur non essendosi trattato del disastro che tanti hanno raccontato: colpevole uscire ai playoff con il Bodo Glimt, non aver chiuso a un passo dalla qualificazione diretta una prima fase in cui l’Inter ha trovato sulla sua strada due semifinaliste (Bayern Monaco e Arsenal) e una top passata nelle prime otto come il Liverpool. Sono mancate esperienza e gambe nel momento della verità, forse anche un pizzico di motivazione visto che la testa dello spogliatoio era piena di pensieri di rivalsa dopo gli Zero Tituli e le ironie dell’estate.
E’ stato l’ultimo ballo di questo ciclo, aperto da Conte prima del Covid e fortificato da Simone Inzaghi? Molto cambierà nei prossimi mesi, un po’ per questioni contrattuali e di ringiovanimento della rosa e un po’ per scelta societaria. Marotta e Ausilio, però, hanno un compito delicatissimo da portare a compimento perché il corpo della squadra non è a fine corsa, ha solo bisogno di essere innervato di forze fresche e rinnovato nelle motivazioni. Cambiare senza stravolgere, rinforzare senza rifondare.
