Sgolarsi in compagnia, con le parole delle canzoni che scorrono su uno schermo e la musica sparata a palla nell’ambiente dove avviene il rito.
Il karaoke è ancora questo? Panta rei, diceva Eraclito, tutto scorre, tutto cambia, dagli imperi alle istituzioni, allo stare insieme per un compleanno, una promozione, una rimpatriata tra amici. Cantare senza preoccuparsi delle stonature, di non sapere le parole, e nel frattempo bere e mangiare, sulle prime può creare imbarazzo, ma presto si allentano le cravatte e tutti, il collega impettito, l’amica musona, il fidanzato timido, si sciolgono nel divertimento.
Il karaoke, invenzione giapponese, non è antico come altre arti nipponiche: risale agli anni Settanta e ha un padre, il musicista Daisuke Inoue di Kyoto, che mise a punto il primo apparecchio da installare nei locali. Il padre italiano fu Fiorello, allora detto Codino: in tv (Italia 1, anno di grazia 1992) fece cantare le piazze con il programma itinerante chiamato appunto Karaoke. Un successo travolgente.
Da lì, il rito ha preso piede, diventando un fenomeno chiassoso, buono per far baldoria. Ebbene, le cose sono cambiate. Oltre al flagello sonoro più sguaiato, che non dà segno di calo, vanno alla grande sale e locali con un’ambizione: armonizzare la pratica popolare allo stile alto della cucina e del servizio.
A Milano avviene in un palazzo dedicato all’Oriente, House of Ronin in via Alfieri, tra Parco Sempione e Chinatown. Quattro le sale per il karaoke, al piano di Madame Cheng’s (il secondo), di diversa capienza: la più grande accoglie una quindicina di ospiti. Sono tutte in stile Shinjuku, rimandano ai vivaci quartieri di Tokyo, affastellati di scritte, neon e suggestioni cyberpunk, come si conviene alla metropoli che Wim Wenders (riguardate il film Perfect Days) ha ritratto con l’anima gentile.
Nelle sale, da prenotare con buon anticipo, c’è il tablet per ordinare bento box di qualità, calici e bottiglie dalla scelta cantina o cocktail magistralmente preparati dal bar adiacente.
«Un passaggio segreto tra la cena e la notte»: così il sito del Ronin definisce il piano con il karaoke. In effetti, perché limitarsi a cantare Battisti, Battiato, le hit di Morandi o dei Rolling Stones, Paoli, Patty Pravo, Achille Lauro o i Beatles; perché aggiungere a piacimento le canzoni del cuore e non fermarsi per un piatto al Ronin Robata, ristorante al primo piano con griglia al centro tavolo, sushi da premio, carni wagyu e altre nippo-prelibatezze?
House of Ronin, nato da un’idea dei brillanti fratelli Jacopo e Leonardo Signani (nel board di controllo del locale), è il palazzo delle meraviglie, un format che ha alzato l’asticella dell’offerta asiatica milanese. Mentre azzardiamo in gruppo Com’è bella la città, brano di Giorgio Gaber, artista nato poco distante, pregustiamo il cocktail della staffa al terzo piano, al bar Arcade, sintesi mixologica dell’edificio.
A pochi passi, stavolta nel cuore del quartiere cinese, ecco il PolyGram KTV di via Paolo Sarpi. Aperto fino a notte fonda, ha sette sale per il karaoke, con drink compresi nel biglietto. Si può portare cibo proprio, magari lo street food in copiosa offerta nel quartiere, e si possono allestire le sale in libertà. Di approccio più popolare rispetto a Ronin, è marcatamente in stile cinese: siete a Shanghai, non a Tokyo.
Esperienza particolare, sempre a Milano, da Milleluci, trattoria orgogliosamente pop. Ci si va per mangiare tortelli e salumi marchigiani, certo, ma non si vede l’ora di intonare i classici del Trentennio, quel periodo che dagli anni Sessanta a fine Ottanta costituisce l’epoca d’oro della canzone italiana.
Le dee del locale sono Raffaella Carrà e Mina. Nel 1984 condussero lo show Milleluci, otto puntate dirette da Antonello Falqui e considerate l’apoteosi del varietà televisivo, oggi genere morto e sepolto. Il (quasi) karaoke della trattoria milanese è l’apoteosi del cantare in contagiosa allegria, senza riguardi per la perfetta, o almeno passabile, esecuzione.
Scendendo verso la capitale non si può non fermarsi al Vanity Club di Trastevere dove si servono ottimi cocktail e musica dal vivo, uno dei locali notturni più frizzanti di Roma. Qui il karaoke è la ciliegina sulla torta, apprezzata non solo dal popolo romano, ma anche dai tanti turisti che lo scelgono per una serata in compagnia.
Più raccolto, la Saletta Karaoke, pub con tutte le novità da cantare, nostrane e internazionali. Non serve prenotazione, il bello è entrare nell’onda e farsi trasportare.
Aperto dal 1994, gestito fin dall’inizio dai fratelli Chiara e Tiberio, è stato tra i primi locali italiani, non solo romani, a cavalcare il genere. Cocktail superlativi, non c’è cucina.
Ma questo genere di locali non si trovano solo a Milano e Roma. A Firenze ha la punta di diamante, per il karaoke, nel Red Garter. Qui chi tenta di eseguire celebri canzoni sale sul palco e si fa accompagnare da un chitarrista. Clientela globale e, nei piatti, forse i migliori hamburger della città.
Concludiamo questo viaggio canoro in una capitale delle vacanze quale Rimini, ormai lontana dal turismo ciabattone d’un tempo, celebra il karaoke al Carnaby Club, storica discoteca di tre piani. Quello più in alto è dedicato al Carnaoke, per fare surf vocale, drink mediterranei alla mano, tra i brani del momento, in ideale abbraccio con la vasta tribù nazionale di ugole in fiamme.
