Home » Attualità » Opinioni » Ostaggi della bestia digitale. Il vero isolamento oggi lo detta l’algoritmo

Ostaggi della bestia digitale. Il vero isolamento oggi lo detta l’algoritmo

Ostaggi della bestia digitale. Il vero isolamento oggi lo detta l’algoritmo

Una ricerca indica che l’abuso di chatbot da parte dei giovani per interagire ha l’effetto di una droga. Nulla di nuovo, purtroppo: è la nostra prigione.

Giustamente da mesi gli italiani si interrogano sul caso dei “bambini del bosco” sottratti alla podestà dei genitori in quanto costretti a vivere in una situazione – secondo le autorità costituite dello Stato (assistenti sociali e magistrati) – di emarginazione fisica e alienazione sociale rispetto ai loro coetanei e in generale rispetto alla società. In altre parole, si tratterebbe di piccoli forzati a vivere non nel loro tempo bensì nel passato, un passato per altro prossimo a quello in cui sono cresciuti i nostri nonni e, in base all’età, di non pochi dei nostri genitori che pure sono sopravvissuti, alcuni egregiamente, a tale situazione. Bene, se il problema è che ogni bambino deve vivere nel suo presente mi chiedo perché altrettanta preoccupazione non desti il fatto che milioni di genitori siano lasciati liberi di sradicare i figli dal loro tempo e catapultarli con leggerezza in un futuro di cui non si conoscono regole, limiti e confini.

Tra i due estremi – la vita scandita dai ritmi della natura e la vita regolata da un algoritmo – in quanto a pericolo e possibilità dei cadere nell’alienazione, non c’è alcuna differenza. Eppure ci stiamo abituando, anzi, ci siamo già abituati al punto che restano inascoltati gli allarmi che molti autorevoli studiosi stanno lanciando sul dilagare dei chatbot di Intelligenza artificiale, software progettati per simulare conversazioni umane tramite testo o voce. Secondo uno studio pubblicato dalla Drexel University di Philadelphia oltre il 50% degli adolescenti americani fa regolarmente uso di chatbot rinunciando a interazioni reali con i coetanei, un fenomeno che crea assuefazione al pari di una droga.

Insomma, i nostri ragazzi – e purtroppo anche molti adulti – camminano col collo piegato, gli occhi incollati a uno schermo, ridotti a zombie digitali. È la “società della surrealtà”, per citare un’analisi recente, dove il reale non conta più nulla se non viene mediato da un clic o generato da un software. Non chiamatela “evoluzione tecnologica”. Chiamiamola col suo nome: una subdola, pervasiva, devastante dipendenza.

I social media non sono piazze virtuali, sono distributori di metadone per una platea di tossicodipendenti che si sta allargando a macchia d’olio. Un algoritmo, disegnato da qualche genio californiano nei sobborghi della Silicon Valley, decide cosa devono pensare, cosa devono guardare e, in ultima analisi, chi devono essere i nostri figli. Abbiamo delegato l’educazione dei giovani a una macchina. E adesso ci stupiamo se i risultati sono un’ondata di analfabetismo funzionale, narcisismo patologico e una incapacità cronica di guardarsi negli occhi e parlarsi.

E poi arriva l’Intelligenza artificiale. Il colpo di grazia alla fatica e al pensiero critico. Perché studiare? Perché faticare per scrivere un tema, un articolo, una relazione? Fai clic, e l’Ia ti prepara il pacchetto preconfezionato. È la morte dell’intelletto, la celebrazione del falso. Un mondo in cui il fake vale più dell’autentico. Ho visto io stesso video, costruiti con varie app, in cui la mia immagine e la mia voce venivano usate per truffare la gente. È la prova che questa tecnologia non è neutrale: è un’arma, e la stiamo consegnando, carica, nelle mani dei più fragili.

La politica? Dorme. O, peggio, rincorre queste piattaforme cercando il link facile, sottomettendosi al tribunale del popolo del Web, quel “manganello” digitale che spadroneggia senza regole. Non si sente una voce autorevole che dica: “Basta”. Non si trova il coraggio di proteggere la cultura dello sforzo, della scuola, del libro.

Siamo diventati sudditi di un impero digitale. Una dipendenza che ci sta togliendo la libertà, quella vera, quella di pensare con la nostra testa. Se non mettiamo dei paletti feroci, se non torniamo a imporre la realtà sulla virtualità, non avremo solo giovani ignoranti, ma un’intera nazione in ostaggio di un server che, quando vorrà, ci spegnerà. E non potremo nemmeno lamentarci, perché saremo troppo impegnati a fare un selfie per accorgerci che siamo finiti. E allora viene il dubbio: siamo sicuri che il problema sia davvero vivere come i bambini della casa nel bosco?

© Riproduzione Riservata