Quando il 4 novembre 1987 il Milan di Sacchi viene eliminato dalla Coppa Uefa per mano dell’Espanyol, il tecnico di Fusignano è alla 16° partita sulla panchina dei rossoneri e nel suo curriculum precedente ha solo una stagione in B con il Parma e qualche esperienza in C. La stagione volge subito al peggio perché anche in campionato le cose non stanno andando benissimo: 3 vittorie in 7 giornate. Racconta la storia che Silvio Berlusconi scende negli spogliatoio e parla per una manciata di secondi: “Io ho la totale fiducia in Arrigo, chi di voi lo seguirà rimarrà chi non lo seguirà se ne andrà. Buon lavoro a tutti”. Quel Milan piano piano ingrana e a fine anno vince lo scudetto aprendo la stagione irripetibile del Diavolo.
La notte di San Siro culminata nella cacciata dalla Champions League è stata per Cristian Chivu la numero 43 sulla panchina dell’Inter, 56° complessiva da quando ha preso in mano il Parma a metà della scorsa annata. Inesperto come lo era Arrigo Sacchi allora. Nessun paragone su cosa potrà accadere poi, ma accostare Chivu a Sacchi serve per spiegare un paio di cose che sono successe e che potranno accadere nei prossimi mesi.
Inter fuori dalla Champions League, i tre errori di Chivu
La prima: l’Inter eliminata dal Bodo Glimt, non una squadra di salmonari ma un gruppo capace di arrampicarsi fino alla semifinale di Europa League e in questa edizione di non abbassare la testa davanti a Manchester City, Atletico Madrid, Tottenham e Borussia Dortmund, paga certamente l’inesperienza del suo allenatore. Gli errori individuali e la scarsa condizione di alcuni leader vengono dopo. Tra l’andata in Norvegia e il ritorno in casa Chivu ha messo insieme una catena di errori ed omissioni perdonabili solo a un allenatore debuttante.
Presentarsi a Bodo in pieno turn over, ad esempio, è sintomo di sottovalutazione dell’avversario soprattutto se i cambi sono stati concentrati tutti in un unico reparto, quello fondamentale del centrocampo: Darmian e Carlos Augusto gli esterni, Barella regista con Sucic e Mkhitaryan interni. L’Inter ha dato inconsciamente la sensazione di non avere mai aggredito la sfida, convinta che in qualche modo si sarebbe sistemata per diritto di lignaggio. Non è così e non può esserlo nel calcio del 2026.
E’ possibile che, più o meno inconsciamente, tutto l’ambiente sia focalizzato sullo scudetto dopo essere rimasto scottato a maggio dai fallimenti in serie nella stagione della ricerca del triplete. La trasferta a Lecce, insomma, contava più di quella nel circolo polare artico. Fosse così, Chivu ha sbagliato nel non saper intercettare il momento chiedendo ai suoi un atteggiamento diverso. Il campionato è importantissimo per tutti, ma andare avanti almeno un po’ in Europa lo era anche di più e non solo per una questione economica.
Infine la comunicazione, che per mesi è stata il punto forte del romeno. Ha passato due settimane a discutere di freddo e del campo sintetico del Bodo Glimt che è brutto, ma non può essere il focus principale. E’ come se Chivu non sia stato capace di percepire il pericolo cui stava andando incontro e con lui non lo ha percepito tutta la squadra.
Chivu, il danno economico e la necessità per l’Inter di difenderlo
E ora? Come prevedibile la precoce uscita per mano di un outsider ha aperto il processo e sul banco degli imputati è finito lui. Il danno dell’eliminazione è enorme in termini di immagine e ritorno economico, se è vero che l’Inter ha visto dimezzarsi i ricavi dalla Champions League rispetto alla straordinaria scorsa stagione: da 137 a 66. Senza contare San Siro. Un buco su cui Marotta dovrà lavorare per convincere Oaktree a non scaricarlo tutto sulle scelte strategiche della prossima estate, condividendo il rischio d’impresa.
Sul piano sportivo, invece, all’Inter conviene comportarsi come Berlusconi: ha scelto un allenatore giovane, ne sta accompagnando la crescita compresi gli errori, ha il dovere e l’interesse a difenderlo nel momento della prima, vera, delusione. Lo scudetto che potrà festeggiare a maggio, se non crollerà in primavera, non sarà una ciliegina sulla torta ma la torta stessa e farsi prendere da altre tentazioni di critica pubblica sarebbe un errore da matita blu.
