Perché i varisti di Inter-Juventus non sono potuti intervenire per sanare l’errore dell’espulsione di Kalulu, certificando la simulazione di Bastoni, ristabilendo la verità di campo ed evitando il corto circuito di polemiche che sta paralizzando il calcio italiano? Semplice. Il protocollo Var non lo permette, non ora. Dalla prossima stagione sarà tutto diverso e l’ufficializzazione verrà data nella riunione annuale dell’Ifab (International Football Association Board) il prossimo 28 febbraio a Dublino. Quasi certamente le modifiche al protocollo, che riguarderanno anche la possibilità di invertire la decisione su un calcio d’angolo concesso prima che sia eseguito, diventeranno operative dal Mondiale al via l’11 giugno.
Una piccola, grande, rivoluzione che oggi milioni di tifosi giudicano tardiva dandone la colpa a chi le regole le scrive e modifica. Un immobilismo dell’Ifab figlio dello spirito conservatore dei custodi del calcio dal 1886, come se il football contemporaneo fosse identico a quello che si giocava oltre un secolo fa o, senza andare troppo indietro nel tempo, simile a quello degli anni Settanta e Ottanta, prima dell’introduzione della nuova regola sul retropassaggio che ha cambiato per sempre il modo di stare in campo delle squadre ad ogni livello. Questa come altre innovazioni via via inserite, l’ultima grande in ordine di tempo il Var che nel 2027 compirà dieci anni dal giorno della sua introduzione a livello internazionale.
Il Var e le resistenze europee all’utilizzo della tecnologia
Che il calcio sia immobile e non si evolva, insomma, non risponde alla verità. Che intorno all’uso della tecnologia proceda a velocità differenti, invece, è evidente a tutti viste le resistenze che ancora oggi accompagnando l’esperienza dell’assistenza al video per gli arbitri. Solo una settimana fa Roberto Rosetti, capo degli arbitri della Uefa che è la più potente confederazione calcistica al mondo, ha chiarito la posizione europea sul tema in maniera sorprendente: “Forse abbiamo dimenticato tutti perché è nato. Il VAR è nato per errori chiari e ovvi. Sulle decisioni fattuali, come il fuorigioco, lavora alla perfezione. Ma sulle interpretazioni il discorso è diverso. La UEFA preferisce intervenire meno a video e lasciare la decisione sul campo. Ci perderemo un rigore ogni tanto, però non si hanno quelli francamente inesistenti. Ne riparleremo con i designatori federali. Dobbiamo ritrovare i principi originari”.
Discorso che regge fino a quando il rigore “perso ogni tanto” non sarà un episodio decisivo a livello di finale o semifinale Champions League, con interessi da centinaia di milioni di euro in gioco e l’abitudine ormai consolidata a non accettare una verità diversa da quella che le immagini portano nelle case degli appassionati in tutto il mondo. Per capirci, nel giugno 2023 la Uefa organizzò un Europeo Under 21 in cui la prima fase era prevista senza ausilio del Var, salvo dover tornare precipitosamente indietro dopo una sfida tra Francia e Italia costellata di errori non più considerati accettabili.
In ogni caso, tornando alle modifiche del protocollo che diventeranno operative nel 2026 e che avrebbero potuto salvare lo sventurato La Penna a San Siro, risulta che a spingere per l’introduzione della revisione sulle seconde ammonizioni e sui calci d’angolo fossero proprio Ifab e Fifa e a rallentare l’Europa, non il contrario. Chi ha introdotto il Var ritiene da tempo che sia arrivato il momento di allargarne i criteri di applicazione spinto dalla visione che la verità di campo vada preservata a tutti i costi e che non ci possa essere una partita decisa da un episodio non visto o mal interpretato in cui gli unici a non poter intervenire riparando l’errore siano arbitro e collaboratori.
Ifab, ecco chi decide le regole del calcio (spoiler: sono allenatori, ex calciatori e arbitri)
Il futuro, nemmeno troppo lontano, è più Var e non meno Var. I contrari devono mettersi l’animo in pace perché la visione dell’Ifab non prevede passi indietro ma solo avanti. E’ curioso che uno degli argomenti polemici maggiormente utilizzati da chi accusa l’International Football Association Board di muoversi con estrema lentezza o, al contrario, di rovinare lo spirito autentico del calcio sia che l’organismo è retto da persone che non hanno mai giocato a pallone, non ne conoscono i segreti e, non avendolo vissuto, mancano di competenza per intervenire sulla struttura normativa.
Se è vero che l’Ifab ai suoi vertici assoluti (Board of Directors) è legata allo storico diritto di primogenitura dei britannici che sono presenti con i quattro segretari generali delle varie federazioni di Londra, Cardiff, Edimburgo e Dublino (il quinto è il segretario generale della Fifa), è meno noto che il lavoro tecnico viene svolto nel corso di tutto l’anno dalle commissioni che si occupano di analizzare le regole, studiarne l’applicazione per proporne eventuali modifiche o intergrazioni.
E questi organismi sono pieni di persone con alle spalle carriere straordinarie. Qualche nome? Nel Football Advisory Panel ci sono tra gli altri Figo (Pallone d’Oro nel 2000), Cambiasso, Djorkaeff, Hughes, Oliseh, Pumpido (campione del mondo nel 1986 e vice campione nel 1990), Wanchope e gli ex monumenti della panchina Wenger e Maturana. Nei panel più tecnici il meglio dell’arbitraggio nell’ultimo mezzo secolo: Collina, Busacca, Webb, Collum, Rosetti, Rizzoli e tanti altri nomi con alle spalle decine di finali dirette tra Mondiale, Europeo e coppe internazionali.
Che il calcio e le sue regole siano in mano ad incompetenti, insomma, rappresenta una delle tante fake news che accompagna le questioni arbitrali che sono legate da un filo rosso visibile: spesso chi parla, critica e mette in circolo leggende metropolitane ignora, nel senso che non conosce o conosce poco, la materia di cui sta parlando.
