Un esponente di primo piano di Hamas, Basem Naim, ha chiarito in un colloquio con il sito statunitense Drop Site che il movimento non intende accettare imposizioni sul disarmo formulate da una sola parte. Le sue parole arrivano mentre Donald Trump e Benjamin Netanyahu insistono sulla necessità di una Gaza priva di armi come prerequisito per la ricostruzione e per l’eventuale passaggio a una nuova fase della tregua. Naim, coinvolto nei negoziati per il cessate il fuoco, ha escluso che l’organizzazione possa aderire a richieste che definisce estreme, ribadendo che la smilitarizzazione totale della Striscia di Gaza non è sul tavolo nelle condizioni attuali. Secondo il dirigente, il dossier non può essere isolato dal contesto politico più ampio. «La nostra linea è inequivocabile», ha affermato, spiegando che prima di discutere di consegna o sequestro delle armi occorre che il governo israeliano, con il supporto dei mediatori e della garanzia americana, dia piena esecuzione agli impegni assunti nella prima fase dell’intesa. A suo avviso, la questione non è eminentemente militare ma politica, e passa – nelle sue parole – dalla fine di quella che definisce l’occupazione israeliana. Il rappresentante di Hamas ha precisato che un confronto sul destino dell’arsenale potrebbe avvenire soltanto all’interno di una tregua di lunga durata accompagnata da un percorso politico diretto alla nascita di uno Stato palestinese. In tale scenario, ha sostenuto, la “resistenza” si impegnerebbe a rispettare il cessate il fuoco sotto monitoraggio palestinese, arabo e internazionale, con le armi ritirate dall’uso operativo e custodite in depositi. Per Naim, è prioritario fermare le operazioni militari israeliane e assicurare una pausa pluriennale – tre, cinque o sette anni – che proceda in parallelo a un negoziato politico. Senza garanzie reciproche, ha osservato, parlare di disarmo equivarrebbe a lasciare campo libero a future azioni militari nella Striscia. Ha inoltre contestato l’idea che la consegna delle armi debba precedere la ricostruzione o il ritiro israeliano, definendo inaccettabile l’aut aut «armi o guerra» attribuito a esponenti politici occidentali.
Pressioni su Teheran e incertezze sul futuro dell’Iran
Allo stesso tempo, sul fronte iraniano, il presidente americano ha alzato i toni, sostenendo che un cambio al vertice a Teheran rappresenterebbe l’esito più auspicabile. Tuttavia, secondo quanto riportato dalla CNN citando fonti coinvolte nella pianificazione, Washington non disporrebbe ancora di un piano definito per la fase successiva a un’eventuale caduta dell’attuale leadership.Il Segretario di Stato Marco Rubio, intervenendo in Congresso nelle scorse settimane, ha riconosciuto l’incertezza sul possibile assetto di potere in caso di collasso del sistema iraniano. Le valutazioni dell’intelligence, sempre secondo l’emittente, segnalano che un’alternativa potrebbe rivelarsi persino più complessa: in uno scenario di vuoto istituzionale, l’Islamic Revolutionary Guard Corps – l’ala più intransigente dell’apparato – potrebbe assumere temporaneamente il controllo. Fonti informate sui rapporti riservati descrivono i Pasdaran come un attore che opera oltre la catena di comando militare ordinaria, ma ammettono che prevedere con precisione gli sviluppi di un’implosione del regime resta arduo. La conoscenza americana degli equilibri interni sarebbe oggi meno approfondita rispetto al passato, anche dopo l’uccisione del generale Qasem Soleimani durante il primo mandato Trump, evento che ha ridefinito i rapporti di forza dentro l’establishment iraniano. Diversa, secondo le stesse fonti, la situazione in Venezuela, dove la struttura del potere attorno a Nicolás Maduro risultava più chiaramente mappata prima delle recenti crisi. Alcuni osservatori sostengono che alcune settimane fa si fosse aperta una finestra favorevole a un’azione più incisiva, quando le proteste interne in Iran erano al picco. Un intervento in quel frangente, viene ipotizzato, avrebbe potuto rafforzare l’opposizione. Oggi, invece, c’è chi si interroga se quell’occasione sia stata mancata e se un’iniziativa militare produrrebbe lo stesso impatto. Il tutto avviene alla vigilia di un nuovo ciclo di colloqui a Ginevra tra Washington e Teheran. Il presidente ha dichiarato che seguirà indirettamente il negoziato, definendolo cruciale e auspicando un atteggiamento pragmatico da parte iraniana. Ha aggiunto che, a suo giudizio, Teheran desidera un’intesa per evitare le conseguenze di un fallimento diplomatico, ribadendo la convinzione che un accordo resti possibile nonostante le difficoltà.
