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Vance-Netanyahu, perché i rapporti fra i due restano glaciali

Vance-Netanyahu, perché i rapporti fra i due restano glaciali
JD Vance e Benjamin Netanyahu (Ansa)

Contrariamente a Trump, Vance si è rifiutato di dare il proprio endorsement a Netanyahu in vista delle elezioni per la Knesset

Resta il gelo tra JD Vance e Benjamin Netanyahu. Lunedì, il vicepresidente americano si è de facto rifiutato di dare il proprio endorsement al premier israeliano a ormai pochi giorni dalle elezioni per il rinnovo della Knesset. «Io sostengo i candidati americani, ed è su questo che mi concentro nelle elezioni di metà mandato. Quindi non mi immischierò nelle elezioni israeliane», ha dichiarato. «Non lo sto appoggiando né contro, né a favore. Non intendo immischiarmi nelle elezioni israeliane», ha aggiunto, riferendosi a Netanyahu.

Le parole del vicepresidente americano sono significative, soprattutto alla luce del fatto che, sempre lunedì, Donald Trump aveva dato il proprio endorsement al premier israeliano. Non solo. Era lo scorso aprile, quando il numero due della Casa Bianca prese parte a un evento elettorale di Viktor Orban poco prima delle elezioni ungheresi. Tutto questo per dire che il rifiuto dell’endorsement a Netanyahu esemplifica, ancora una volta, il rapporto sempre più difficile che si registra tra il leader israeliano e il vicepresidente statunitense.

Non è del resto un mistero che, all’interno dell’attuale amministrazione americana, Vance sia una delle figure più fredde verso il governo di Gerusalemme. Era lo scorso giugno, quando il vicepresidente difese l’accordo statunitense con l’Iran dalle critiche di Netanyahu. «Donald J. Trump è l’unico capo di Stato al mondo che in questo momento nutre simpatia per la nazione di Israele. Se fossi nel governo israeliano, probabilmente non attaccherei l’unico potente alleato che mi è rimasto in tutto il mondo», dichiarò. Il mese successivo, Vance accusò inoltre Israele di aver orchestrato una campagna volta a far deragliare la diplomazia tra Washington e Teheran. «È in corso una vera e propria campagna di influenza straniera, finanziata per far fallire proprio l’accordo che stavo cercando di concludere», affermò.

Non solo. A settembre, pur non nascondendo dei disaccordi con lui, il vicepresidente si è pubblicamente rifiutato di rompere la propria amicizia con Tucker Carlson: il giornalista che, un tempo sostenitore di Trump, ha poi rotto con lui sulla guerra in Iran e che è diventato da mesi un aspro critico dello Stato ebraico. Del resto, secondo Politico, le posizioni ostili verso il governo israeliano espresse da Vance starebbero preoccupando una parte dei finanziatori del Partito repubblicano. Dal canto suo, il vicepresidente, in vista di una eventuale candidatura alla nomination presidenziale repubblicana del 2028, punta a intercettare non solo il voto dei trumpisti delusi ma anche di quelle fette di elettorato americano che non amano Netanyahu (tanto a destra quanto a sinistra).

A fare da contraltare alle posizioni di Vance, nell’amministrazione di Washington, stanno invece il capo del Pentagono Pete Hegseth (che è uno strenuo alleato dell’attuale premier israeliano) e il segretario di Stato Marco Rubio (che, storicamente sostenitore dello Stato ebraico, si sta tuttavia mantenendo piuttosto defilato sulla «questione Netanyahu»). Al centro emerge infine Trump che, pur avendogli garantito l’endorsement, ha avuto un rapporto piuttosto altalenante (e a tratti burrascoso) con il premier israeliano nell’ultimo anno e mezzo. Il tema, insomma, è complesso. E si rivelerà probabilmente assai rilevante nel corso delle prossime primarie presidenziali repubblicane. 

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