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Il frigorifero è innocente. Noi un po’ meno.

Il frigorifero è innocente. Noi un po’ meno.
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La Rubrica – Cyber Security Week

Molti anni fa, ormai quasi un decennio, realizzai un video di presentazione di un percorso divulgativo dedicato ai rischi della società dell’informazione. Si intitolava Come pesci nella rete (lo trovate qui) e si concludeva con una promessa piuttosto singolare: «Infine, vi mostreremo un modo in cui il vostro peggior nemico potrebbe diventare il frigorifero di casa». Immagino che all’epoca qualcuno abbia sorriso. In fondo, attribuire intenzioni ostili a un elettrodomestico destinato a conservare latte e yogurt poteva sembrare un esercizio di fantasia. Oggi, leggendo le notizie che arrivano dalla Francia, quel finale mi è tornato in mente. Con una certa soddisfazione intellettuale, accompagnata da una dose decisamente maggiore di preoccupazione. Oltralpe centinaia di supermercati sono stati coinvolti in attacchi informatici ai sistemi che controllano gli impianti di refrigerazione. Le ricostruzioni più prudenti parlano di oltre 350 esercizi, mentre altre arrivano a circa 700. Non stiamo parlando del frigorifero di casa, ma di apparati industriali che devono garantire la corretta conservazione degli alimenti. La differenza è significativa, ma il principio resta identico: macchine che svolgono funzioni fisiche vengono governate attraverso sistemi informatici accessibili da remoto. Quando qualcuno riesce a comprometterli, le conseguenze possono uscire dallo schermo e materializzarsi nel mondo reale e questa è la prima questione che, evidentemente, fatichiamo ancora a comprendere.

La seconda è persino più interessante. Secondo quanto emerso, numerosi dispositivi coinvolti utilizzavano software obsoleti oppure avevano raggiunto la fine del loro ciclo di vita tecnologico. In sostanza, continuavano a fare egregiamente il loro mestiere di frigoriferi, ma non erano più adeguatamente protetti e qui si manifesta una delle contraddizioni più singolari della digitalizzazione. Una macchina industriale può funzionare per vent’anni, mentre il software che la governa può diventare vulnerabile molto prima. Il proprietario vede un impianto efficiente, il criminale informatico una porta aperta. Entrambi hanno ragione, ma soltanto uno dei due rischia di pagare le conseguenze.

Come se non bastasse, sembra che le compromissioni abbiano interessato tecnologie di produttori differenti. Questo elemento suggerisce che il problema potrebbe non risiedere in una singola vulnerabilità, ma nelle modalità con cui gli impianti vengono gestiti. I supermercati acquistano servizi di refrigerazione da aziende specializzate, che installano, controllano e mantengono le apparecchiature, spesso attraverso collegamenti remoti. Una scelta ragionevole sotto il profilo economico e operativo. Tuttavia, a questo punto sorge spontanea una considerazione: se affido le chiavi di casa a un manutentore, normalmente desidero sapere chi le possiede, quante copie esistono e cosa succede quando il rapporto termina. Nel mondo digitale questa elementare prudenza sembra diventare un lusso.

Naturalmente le indagini sono ancora in corso e non sappiamo con certezza quali vulnerabilità siano state sfruttate, né se gli aggressori abbiano conservato accessi nascosti ai sistemi. Sarebbe quindi prematuro distribuire responsabilità o formulare ricostruzioni definitive. Tuttavia, quanto già emerso basta a riproporre una questione sulla quale insisto da anni. Abbiamo costruito un mondo in cui quasi ogni oggetto può comunicare con qualsiasi altro, ma continuiamo a ragionare sulla sicurezza come se riguardasse soltanto computer, password e dati personali. Ci preoccupiamo che qualcuno possa leggere la nostra posta elettronica, molto meno che possa modificare il comportamento di una macchina dalla quale dipende un’attività essenziale. È una forma di miopia tecnologica che ci accompagna da troppo tempo.

Nel vecchio video sostenevo che gli esseri umani sono biologicamente inadatti al mondo digitale. La nostra specie ha imparato a riconoscere un pericolo quando vede un leone, sente odore di bruciato oppure trova la porta di casa forzata. Non possiede invece alcun istinto capace di segnalare che un controllore industriale collegato a Internet, magari con un software non aggiornato da anni, rappresenta una minaccia. Per questo servono conoscenza, organizzazione e soprattutto responsabilità. Non necessariamente nuove tecnologie, ma persone capaci di decidere chi deve occuparsene, come e con quali controlli. In ultima analisi, si tratta di governare ciò che abbiamo costruito, anziché limitarci ad ammirarne il funzionamento.

Quando immaginavo il frigorifero trasformato nel nostro peggior nemico, non pensavo certo che avrebbe sviluppato una particolare avversione per il suo proprietario. Volevo mostrare come un oggetto apparentemente innocuo potesse diventare pericoloso proprio grazie a quelle caratteristiche che lo rendevano più utile e la vicenda francese conferma che la questione non era poi tanto fantasiosa. Il vero problema, però, non riguarda il frigorifero, che continua a fare quello per cui è stato costruito, bensì noi, che abbiamo avuto anni per comprendere le conseguenze delle nostre scelte tecnologiche. In sintesi: avevamo immaginato il futuro, ma ci siamo dimenticati di prepararci.

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