Dalle ore 16 di ieri, la Marina militare americana ha iniziato il blocco navale dell’Iran precedentemente annunciato dal Presidente Donald Trump.
La decisione era giunta in seguito al sostanziale fallimento dei colloqui tenutisi nel fine settimana a Islamabad, e voleva essere una risposta alla stretta iraniana su Hormuz, che continua a controllare il transito in entrata e uscita dalla vitale via d’acqua.
La situazione rimane quindi molto tesa. I contatti diplomatici per organizzare un nuovo round di colloqui continuano, mentre il Presidente cinese Xi Jinping ha presentato un piano in quattro punti per “promuovere la pace e la stabilità in Medio Oriente”.
Il piano cinese
In occasione della visita ufficiale a Pechino dello sceicco Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi, Xi Jinping ha annunciato il piano, che si basa sui “principi di coesistenza pacifica, sovranità nazionale, stato di diritto internazionale e coordinamento tra sviluppo e sicurezza”.
La tempistica non è certa casuale; l’iniziativa arriva infatti all’indomani del fallimento dei colloqui di Islamabad e dell’entrata in vigore del blocco navale americano, confermando la strategia di Pechino di presentarsi come potenza “stabilizzatrice” alternativa a Washington.
Lo stesso portavoce del ministero degli Esteri, Guo Jiakun, è intervenuto nella consueta conferenza stampa con dichiarazioni nette: «La causa principale delle perturbazioni nello Stretto di Hormuz è il conflitto militare. Per risolvere il problema, il conflitto deve cessare il prima possibile. Tutte le parti devono mantenere la calma ed esercitare moderazione».
Ripresa dei negoziati
Il Pakistan, nel frattempo, intende tenere vivo il processo diplomatico nonostante il deterioramento della situazione sul terreno.
Fonti governative di Islamabad hanno confermato che il Primo Ministro Shehbaz Sharif e il capo delle forze armate Asim Munir stanno mantenendo contatti intensi con entrambe le delegazioni, con l’obiettivo di facilitare un secondo round di colloqui prima della scadenza del cessate il fuoco, attesa intorno al 22 aprile.
Secondo quanto riferito da Reuters, che cita cinque fonti, i team statunitense e iraniano potrebbero tornare a Islamabad già nel corso di questa settimana. In un segnale incoraggiante, con le autorità pakistane hanno cominciato a parlare di un ‘”Islamabad Process”, suggerendo la volontà di inquadrare il percorso diplomatico come strutturato e continuativo.
D’altra parte, nonostante il fallimento del primo round, le posizioni non sarebbero poi così inconciliabili. «Non siamo in un completo stallo. La porta non è ancora chiusa. Entrambe le parti stanno trattando. È un bazar», ha riferito una fonte regionale.
Un funzionario americano ha aggiunto che un accordo potrebbe essere raggiunto se l’Iran mostrerà maggiore flessibilità. Mentre l’ambasciatore iraniano in Pakistan ha scritto che i colloqui di Islamabad «hanno gettato le fondamenta di un processo diplomatico» che, consolidandosi, potrebbe generare un quadro sostenibile per tutte le parti.
Le sfide al blocco americano
Nel frattempo, però, questa mattina è arrivata la prima sfida concreta al blocco navale statunitense. La petroliera Rich Starry, di proprietà cinese e sanzionata dagli Stati Uniti per i suoi legami con l’Iran, (riconducibile alla società Shanghai Xuanrun Shipping Co Ltd) ha attraversato lo Stretto di Hormuz in uscita, diventando la prima imbarcazione a lasciare il Golfo dall’inizio del blocco americano secondo i dati di MarineTraffic.
L’imbarcazione trasporta circa 250.000 barili di metanolo caricati nel porto emiratino di Hamriyah. La circostanza che il cargo non provenisse da porti iraniani potrebbe aver contribuito al suo libero transito, anche se non è da escludere che questo avvenga in mare aperto.
La nave aveva in un primo momento accostato allo stretto vicino all’isola di Qeshm, seguendo la rotta indicata ormai da settimane dai Pasdaran, trasmettendo nel frattempo i dettagli di proprietà e equipaggio cinesi, una prassi marittima standard che, in questo contesto, è apparsa come una deliberata messa alla prova dell’enforcement americano.
L’Arabia Saudita contro il blocco americano
A complicare ulteriormente la posizione di Washington arrivano, secondo il Wall Street Journal, le pressioni riservate dell’Arabia Saudita per ottenere la revoca del blocco. Riyadh teme che Teheran attivi la propria principale leva di risposta nel Mar Rosso: gli Houthi yemeniti.
La milizia potrebbe infatti riprendere gli attacchi alle rotte commerciali della regione. Con lo Stretto di Hormuz bloccato, l’Arabia Saudita ha infatti fortemente aumentato le proprie esportazioni petrolifere attraverso il porto del Mar Rosso di Yanbu.
Un blocco del Mar Rosso potrebbe privare l’Arabia Saudita del suo unico corridoio alternativo per esportare petrolio. Per Riyadh, una spirale di escalation che coinvolga entrambi i chokepoint strategici della regione rappresenta uno scenario da scongiurare a ogni costo.
