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Yoo Yeon-seok, l’attore che attraversa i K-drama senza farsi imprigionare da nessun ruolo

Yoo Yeon-seok, l’attore che attraversa i K-drama senza farsi imprigionare da nessun ruolo

Yoo Yeon-seok racconta in una lunga conversazione con Panorama la sua carriera da Oldboy a Phantom Lawyer, tra cinema coreano, K-drama, teatro e nuova onda globale.

Yoo Yeon-seok non è un volto costruito su una formula, non è un interprete che ha cercato la ripetizione rassicurante del personaggio già amato dal pubblico, non è nemmeno il prodotto di quella transizione ormai quasi industriale che porta molti idol verso la recitazione. La sua carriera si è mossa altrove: tra cinema, televisione, teatro, musical, melodramma, ambiguità morale e una forma di misura emotiva che, nel tempo, è diventata una delle sue cifre più riconoscibili. Ed è proprio da lì che emerge un ritratto meno ovvio dell’attore: non la star che cerca di spiegare se stessa attraverso l’enfasi, ma un interprete che sembra abitare la propria carriera con una calma quasi ostinata, consapevole del peso culturale della Corea contemporanea ma senza lasciarsi schiacciare dalla sua retorica.

Il punto di partenza, inevitabilmente, è Oldboy. Yoo Yeon-seok ha debuttato in un film che non ha semplicemente segnato la storia del cinema coreano, ma ha contribuito a ridefinirne la percezione internazionale. Quando oggi si parla della lunga traiettoria culturale che ha portato la Corea del Sud dal cinema d’autore al dominio globale dei K-content, Oldboy resta una delle sue pietre angolari. Lui lo sa, anche se non lo trasforma in monumento personale. «Le persone dell’industria cinematografica mi dicono spesso che deve essere stato significativo debuttare con un film così importante», racconta. E aggiunge che, ancora oggi, «quando si parla di cinema coreano all’estero, le persone citano ancora Oldboy». Per questo, per lui, resta «un’opera estremamente significativa», ricordata non solo in Corea ma anche a livello internazionale.

Da lì, però, Yoo Yeon-seok non ha scelto la via più semplice. La sua carriera non ha seguito una progressione lineare, né una strategia facilmente etichettabile. Non si è costruita intorno a un solo genere, a un solo pubblico, a una sola immagine. Alla domanda se questa fosse una posizione deliberata fin dall’inizio o qualcosa che si è definito nel tempo, risponde con una frase che dice molto del suo metodo: «Non credo ci sia mai stato un momento in cui ho sentito che la mia direzione fosse diventata chiara». Per lui, ancora oggi, essere attore significa continuare a lavorare in campi diversi — film, drama, musical — senza lasciarsi limitare dal genere.

È forse questo il cuore della sua presenza: la resistenza alla definizione unica. Yoo Yeon-seok non è mai rimasto imprigionato in un ruolo, anche quando quel ruolo avrebbe potuto garantirgli una rendita emotiva presso il pubblico. Basti pensare a Gu Dong-mae in Mr. Sunshine, personaggio brutale e vulnerabile, feroce e ferito, uno di quei ruoli che restano addosso agli spettatori perché non concedono una lettura comoda. L’attore riconosce che molti fan ancora oggi gli dicono di aver amato quel personaggio, e interpreta questo affetto come il segno che attraverso Gu Dong-mae il pubblico ha potuto vedere lati di lui che prima non aveva visto. In particolare, secondo Yoo Yeon-seok, i fan hanno apprezzato proprio ciò che rendeva quel personaggio diverso dagli altri: «la sua forza e, a volte, la sua crudeltà».

Poi è arrivato Hospital Playlist, che ha aperto un’altra forma di intimità con il pubblico. Meno tragica, meno violenta, più quotidiana. Un tipo di vicinanza emotiva più silenziosa e umana, capace di entrare nelle case degli spettatori non con il trauma, ma con la familiarità. Yoo Yeon-seok racconta che quel personaggio aveva molte somiglianze con la sua vera personalità e che il lavoro dello sceneggiatore e del regista, che lo conoscevano bene, lo ha aiutato molto sia nella recitazione emotiva sia nell’immersione nel ruolo. È una risposta semplice, ma dice molto del modo in cui certi personaggi funzionano: non perché l’attore “reciti meno”, ma perché trova un punto di contatto più profondo tra sé e la scrittura.

La sua capacità di attraversare cinema, televisione e teatro con naturalezza nasce anche da un’idea precisa del mestiere. Per Yoo Yeon-seok, il processo di costruzione del personaggio non cambia in modo radicale da un medium all’altro. Cambia, semmai, il modo in cui l’attore incontra il pubblico. Per questo cerca di adattare la propria recitazione alle caratteristiche del mezzo, senza perdere il nucleo del personaggio. Anzi, è proprio la diversità dei linguaggi a motivarlo: le caratteristiche uniche di ogni medium sono ciò che lo spinge a continuare a lavorare in campi così diversi.

Questa elasticità assume oggi un peso particolare, perché gli attori coreani non sono più figure soltanto locali. Fanno parte di una conversazione globale. Il K-content ha cambiato le coordinate del pubblico, dei mercati, delle piattaforme e dell’immaginario. Yoo Yeon-seok guarda a questa trasformazione come a un cambiamento positivo. Con la crescita dell’interesse verso i contenuti coreani, dice, anche gli attori coreani stanno diventando naturalmente più attivi sulla scena globale. E lui vorrebbe sostenerli e fare il tifo per loro.

C’è, nelle sue performance, una forma di contenimento che lo distingue. Un modo di non spingere mai troppo sull’effetto, quasi una disciplina interna. Quando gli viene chiesto se quella misura sia qualcosa che coltiva consapevolmente o se gli venga naturale, risponde che, di base, cerca di non esagerare nella recitazione. Forse è per questo, dice, che le persone percepiscono la sua interpretazione come controllata. Ma la misura non significa freddezza. Al contrario, a volte, proprio mentre cerca di non essere troppo drammatico in alcune scene, fa uno sforzo particolare per immergersi profondamente in quelle che considera davvero importanti. Da qui, forse, nasce quella percezione di calma e compostezza che accompagna molte sue prove.

Non è un caso che molti dei suoi personaggi vivano in zone grigie, più che dentro posizioni morali nette. Yoo Yeon-seok ammette di sentirsi attratto da figure complesse. Quando guarda alla propria immagine, dice, sente di avere una dualità in cui bene e male coesistono. Più che i personaggi monodimensionali, lo interessano quelli stratificati, ambigui, attraversati da tensioni interne.

In questa prospettiva, anche Reply 1994 assume il valore di uno snodo. Yoo Yeon-seok racconta che, poiché la serie precedente di Reply aveva già ricevuto molto amore, durante le riprese aveva alcune aspettative. Ma non avrebbe mai immaginato che quel drama sarebbe diventato un punto di svolta così importante nella sua carriera. Attraverso quella serie ha ricevuto moltissimo affetto ed è stata un’esperienza significativa e felice perché ha permesso al pubblico coreano di riconoscerlo come attore.

A Udine, però, il presente si chiamava Phantom Lawyer. Un drama in cui la giustizia appare instabile, quasi negoziabile, e dove la tensione morale passa attraverso il personaggio di Irang. Yoo Yeon-seok racconta di essersi concentrato soprattutto sul mostrarlo come qualcuno capace di ascoltare e provare empatia per le storie degli altri. Non solo con i fantasmi, ma anche nella vita quotidiana. Attraverso la sua disponibilità ad ascoltare e comprendere, il personaggio gli ha ricordato l’importanza di ascoltare davvero la storia di un’altra persona.

È un dettaglio decisivo, perché parla anche di ciò che il K-drama sta diventando nella sua fase più matura. Non solo esportazione, non solo crescita esplosiva, non solo fenomeno. La Korean Wave, oggi, sta entrando in una fase più strutturata, alimentata anche dall’ascesa delle piattaforme OTT. Yoo Yeon-seok osserva che con questa espansione viene prodotto un numero enorme di opere e che la qualità e l’individualità dei progetti stanno diventando sempre più forti.

Quando sceglie un nuovo progetto, però, non sembra ragionare in termini di singolo elemento dominante. Non c’è solo la sceneggiatura, non c’è solo il regista, non c’è solo il momento personale. Tutti questi fattori, spiega, vengono presi in considerazione. Un progetto nasce quando quegli elementi trovano equilibrio. In questo senso, Yoo Yeon-seok lo vede anche come parte del destino o delle connessioni che accompagnano la vita di un attore.

La sua carriera, fino a oggi, ha resistito alla ripetizione. E questa reinvenzione continua non è priva di rischi. Lui lo riconosce: il cambiamento è un elemento essenziale, anche se a volte può diventare un rischio. Ma proprio perché lo considera necessario per sé, cerca sempre di avvicinarsi a ogni progetto mostrando un lato diverso.

A Udine, davanti a un pubblico europeo, questa idea di apertura ha trovato una forma concreta. Yoo Yeon-seok racconta di aver potuto costruire un legame con il Far East Film Festival attraverso un drama coreano e spera, in futuro, di avere l’opportunità di creare una connessione anche attraverso un progetto in collaborazione con registi e creatori italiani o europei. È una frase che dice molto del momento attuale della Corea audiovisiva: non più soltanto contenuti che viaggiano, ma relazioni che si costruiscono. Non solo onda, ma infrastruttura culturale. Non solo successo globale, ma possibilità di lavoro comune.

Ed è forse qui che Yoo Yeon-seok appare più interessante: nel modo in cui attraversa questa stagione senza farsene divorare. È parte della storia lunga del cinema coreano, ma non vive di nostalgia. È uno dei volti riconoscibili del K-drama, ma non si lascia ridurre al comfort del personaggio amato. È globale, ma non performa l’ansia della globalità. Continua a cercare, a cambiare, a spostarsi. Con quella calma che, nel suo caso, non è distanza. È metodo.

Dopo aver condiviso con lui a Udine, in occasione del KOCCA On Screen, il panel dedicato alla forza sempre più internazionale del racconto audiovisivo coreano, Panorama ha parlato con lui.

Ha debuttato in Oldboy, un film che ha ridefinito il cinema coreano a livello globale. Quanto è consapevole oggi di far parte di quella lunga traiettoria culturale?

Le persone dell’industria cinematografica mi dicono spesso che deve essere stato significativo debuttare con un film così importante. Ancora oggi, ogni volta che si parla di cinema coreano all’estero, le persone citano ancora Oldboy. Per questo sento che rimane un’opera estremamente significativa, che continua a essere ricordata non solo in Corea, ma anche a livello internazionale.

La sua carriera non ha mai seguito il tipico passaggio “da idol ad attore”. È stata una scelta deliberata fin dall’inizio o qualcosa che si è definito nel tempo?

Non credo ci sia mai stato un momento in cui ho sentito che la mia direzione fosse diventata chiara. Penso ancora che, come attore, la mia direzione sia continuare a lavorare in vari ambiti, come film, drama e musical, senza limitarmi al genere.

In Mr. Sunshine, Gu Dong-mae è allo stesso tempo brutale e profondamente vulnerabile. Che cosa ha sbloccato in lei quel ruolo a cui non aveva avuto accesso prima?

Penso che il fatto che molti fan mi dicano ancora oggi di aver amato il personaggio di Gu Dong-mae in Mr. Sunshine significhi che, attraverso quel ruolo, sono riusciti a vedere lati di me che non avevano visto prima. Credo che i fan abbiano apprezzato soprattutto le qualità che distinguevano Gu Dong-mae dagli altri personaggi, come la sua forza e, a volte, la sua crudeltà.

Con Hospital Playlist ha raggiunto un diverso tipo di intimità con il pubblico: più quieta, più umana. Questo ha cambiato il suo modo di affrontare il racconto emotivo?

Dal momento che il personaggio aveva molte somiglianze con la mia vera personalità, e poiché lo sceneggiatore e il regista mi conoscevano bene quando hanno scritto la sceneggiatura, penso che questo mi abbia aiutato molto nella recitazione emotiva e nell’immersione nel ruolo.

Si muove tra cinema, televisione e teatro con una naturalezza insolita. Adatta il suo metodo di recitazione a seconda del mezzo, o esiste un nucleo che rimane intatto?

Non c’è una grande differenza nel processo di costruzione di un personaggio tra i diversi mezzi. Tuttavia, poiché il modo in cui incontro il pubblico cambia a seconda del mezzo, cerco di adattare di conseguenza la mia recitazione. Penso anche che le caratteristiche uniche di ogni mezzo siano ciò che mi motiva a continuare a lavorare in campi così diversi.

Gli attori coreani oggi non sono più soltanto figure locali: fanno parte di una conversazione globale. Sente questa pressione o cerca consapevolmente di ignorarla?

Penso che sia un cambiamento positivo. Man mano che l’interesse per i K-content continua a crescere, anche gli attori coreani stanno naturalmente diventando più attivi sulla scena globale. Vorrei sostenerli e fare il tifo per loro.

Nelle sue interpretazioni c’è una certa misura, quasi europea nel tono. È qualcosa che coltiva o le viene naturale?

Fondamentalmente cerco di non esagerare nella recitazione, quindi penso che forse sia per questo che le persone percepiscono la mia recitazione come misurata. A volte, mentre cerco di non essere eccessivamente drammatico in altre scene, faccio uno sforzo particolare per immergermi profondamente nelle scene che considero personalmente molto importanti. Forse è per questo che le persone percepiscono la mia recitazione come calma e composta.

Molti dei suoi personaggi esistono in zone emotive grigie, più che in posizioni morali nette. È attratto dall’ambiguità?

Penso di essere attratto da quel tipo di personaggi perché, quando guardo alla mia immagine, sento di avere una dualità in cui coesistono sia il bene sia il male. Più che dai personaggi che appaiono monodimensionali, mi sento attratto dai personaggi complessi.

Guardando indietro a Reply 1994, aveva già percepito che sarebbe diventato un momento così determinante per la sua carriera?

Poiché la precedente serie Reply aveva già ricevuto così tanto amore, durante le riprese avevo alcune aspettative. Ma sinceramente, all’epoca non avrei mai immaginato che sarebbe diventata un punto di svolta così importante nella mia carriera. Ho ricevuto tantissimo amore attraverso quel drama. È stata anche un’esperienza significativa e felice, perché è diventata un punto di svolta che ha permesso alle persone in Corea di riconoscermi come attore.

Sta presentando Phantom Lawyer qui a Udine, un drama in cui la giustizia sembra instabile, quasi negoziabile. Che cosa l’ha attratta di questo progetto e quale tensione morale le interessava di più esplorare attraverso il suo personaggio?

Penso di essermi concentrato soprattutto sul ritrarre Irang come qualcuno che ascolta ed entra in empatia con le storie degli altri. Non solo con i fantasmi, ma anche nella vita quotidiana, attraverso la sua disponibilità ad ascoltare e a provare empatia verso gli altri, mi è stata ricordata l’importanza di ascoltare davvero la storia di un’altra persona.

La Korean Wave si sta evolvendo: da crescita esplosiva a industria più matura e strutturata. Dal suo punto di vista, che cosa sta cambiando dietro le quinte?

Con l’ascesa delle piattaforme OTT, viene realizzato un numero enorme di produzioni, e penso che la qualità e l’individualità di questi progetti stiano diventando sempre più forti.

Quando oggi sceglie un progetto, che cosa conta di più: la sceneggiatura, il regista o il momento della sua vita personale?

Penso che tutti questi fattori vengano presi in considerazione. Piuttosto che pensare che un solo elemento sia il più importante, credo che un progetto prenda forma quando tutti questi elementi sono in equilibrio. In questo senso, lo vedo come parte del destino o delle connessioni che accompagnano la vita di un attore.

Ha costruito una carriera che resiste alla ripetizione. La reinvenzione è una necessità per lei o un rischio che è disposto a correre?

Il cambiamento è sicuramente un elemento essenziale per me, anche se a volte può essere anche un rischio. Tuttavia, poiché credo che quei cambiamenti siano necessari per me stesso, penso di cercare sempre di avvicinarmi a ogni progetto mostrando un lato diverso di me.

Essere qui a Udine, al Far East Film Festival, che tipo di connessione spera di creare con il pubblico europeo?

Sono riuscito a costruire una connessione con l’Udine Far East Film Festival attraverso un drama coreano, e spero che in futuro avrò anche l’opportunità di creare un legame attraverso un progetto in cui possa collaborare con registi e creatori italiani o europei.

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