La disfatta dei repubblicani alle ultime elezioni di metà mandato ha rappresentato, senza dubbio, un grave colpo politico per Donald Trump. Dall’anno prossimo, il presidente americano dovrà infatti governare con un Congresso ostile. Tutto ciò ha portato molti commentatori a preconizzare la fine del trumpismo.
Ora, non è al momento dato sapere se, per Trump, quella in corso sia una crisi temporanea o se, al contrario, sia iniziata la fase discendente della sua parabola politica. Quello che tuttavia possiamo già dire con certezza è che, indipendentemente da quello che sarà il destino politico individuale dell’attuale inquilino della Casa Bianca, il trumpismo non morirà. Per quanto una tale affermazione possa apparire oggi paradossale, la situazione è proprio questa.
Il trumpismo non nasce improvvisamente come un fungo. Ma è stata la conseguenza di cause strutturali profonde. Quando Trump si candidò la prima volta alla nomination presidenziale repubblicana nel 2015, gli Stati Uniti erano ancora afflitti dalla «sindrome del Vietnam» innescata dalla guerra in Iraq. Erano inoltre indeboliti dagli effetti della Grande Recessione. In particolare, un nodo importante era rappresentato dalle conseguenze negative che la globalizzazione in stile clintoniano aveva prodotto, contribuendo a deindustrializzare la Rust Belt e a rendere la Cina più competitiva sul piano commerciale.
Non a caso, furono proprio questi i temi cavalcati da Trump all’epoca. E infatti l’attuale presidente è riuscito per ben due volte, nel 2016 e nel 2024, a conquistare il voto dei colletti blu della Rust Belt: un gruppo elettorale che, fino al 2012 compreso, aveva saldamente sostenuto il Partito democratico. E attenzione: contrariamente a quanto spesso si afferma, le coalizioni elettorali che hanno portato Trump due volte alla Casa Bianca non sono state costituite quasi esclusivamente da bianchi: si sono rivelate, al contrario, delle coalizioni multirazziali.
Nel 2016 e nel 2024, l’attuale presidente è infatti riuscito a conquistare notevoli margini di voto afroamericano e, soprattutto, ispanico. Il che ha permesso al Partito repubblicano di tornare a vincere alle presidenziali, uscendo da quel fortino arroccato in qui si era trovato relegato dal 2008 al 2016.
La questione della working class e delle minoranze etniche è ancora centrale. E infatti, i repubblicani alle Midterm sono stati sconfitti proprio perché molti di questi elettori, che nel 2024 avevano sostenuto il Grand Old Party, gli hanno voltato le spalle a causa dell’alto costo del carburante, causato dall’impopolare guerra in Iran.
Tuttavia, se i repubblicani vogliono tornare a vincere nel 2028, quegli elettori restano per loro decisivi. E non è neanche detto che non siano recuperabili. Quello di martedì scorso è stato, infatti, soprattutto un voto di protesta contro il carovita più che un voto di sostegno alle proposte del Partito democratico.
È dunque chiaro che, per restare competitivo tra questi elettori cruciali, il Grand Old Party non potrà tornare a una «dottrina repubblicana tradizionale»: un concetto, questo, più mitologico che reale. Il trumpismo, sotto questo aspetto, continuerà a rivelarsi il volto necessario per intercettare i voti determinanti di cui abbiamo parlato.
Certo, bisogna fare attenzione. Il trumpismo non è un sistema filosofico. Ma, in parte come fu il gollismo in Francia, è un movimento nato da un leader carismatico. Ebbene, i leader carismatici sono solitamente in grado di contenere in sé stessi tensioni e finanche contraddizioni. Poi, quando escono di scena, le varie componenti che costituiscono i loro movimenti tendono a farsi più autonome e, in alcuni casi, addirittura a rendersi indipendenti le une dalle altre. È quindi probabile che, in futuro, vari esponenti repubblicani cercheranno di presentarsi come eredi di tratti specifici del trumpismo.
JD Vance ha già fatto chiaramente intendere di voler rappresentare l’ala antica dell’America First: quella più isolazionista e attenta alla questione della working class. Marco Rubio, dal canto suo, si è intestato quella componente del mondo Maga che legge il nazionalismo come tutela degli interessi geopolitici e geostrategici di Washington: il che non esclude il ricorso agli interventi militari all’estero, pur nella contrarietà ai costosi processi di nation building in stile Clinton e Bush. Ron DeSantis punta invece a farsi portavoce dell’ala Maga più vicina alle esigenze del mondo imprenditoriale.
L’incognita, in vista del 2028, risiede semmai in questo: emergerà un leader capace di tenere il trumpismo unito? Oppure questo movimento è destinato a frammentarsi? È qui che si registra il vero punto interrogativo.
Ciò detto, il trumpismo, come paradigma, continuerà a dominare il quadro politico statunitense. E non solo per quanto riguarda i repubblicani. Alcuni suoi aspetti sono stati infatti de facto assorbiti anche da quei democratici che hanno compreso la necessità di recuperare il voto dei colletti blu della Rust Belt.
Non è un caso che un papabile candidato presidenziale dem, come il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro, abbia cassato alcune misure green considerate troppo spinte e disallineate rispetto alla working class del suo Stato. Il trumpismo, insomma, è vivo. E, piaccia o meno, continuerà ad esserlo. Per molto tempo ancora.
