Tre militari sudcoreani sono rimasti feriti, due dei quali gravemente, in un’esplosione avvenuta nella Zona Demilitarizzata che separa la Corea del Sud dalla Corea del Nord, lungo uno dei confini più sorvegliati e pericolosi del mondo, dove la presenza di mine antiuomo continua a rappresentare una minaccia per i soldati impegnati nelle operazioni di pattugliamento e ricognizione. L’incidente si è verificato nella mattinata di lunedì 21 settembre 2026, mentre i militari stavano effettuando un’operazione nella parte occidentale della fascia di sicurezza, a sud della linea di demarcazione militare che divide i due Paesi. Secondo le prime informazioni diffuse dalle autorità militari di Seul, l’esplosione potrebbe essere stata provocata da una mina terrestre, ma non è ancora stato accertato se l’ordigno fosse stato collocato dalle forze sudcoreane o nordcoreane, né se si trovasse originariamente nel punto in cui è avvenuto l’incidente.
L’esplosione durante un’operazione di ricognizione
L’esplosione è avvenuta intorno alle 10.50, ora locale, in un settore della frontiera controllato dalla 25ª Divisione di fanteria dell’esercito sudcoreano, nell’area occidentale della Zona Demilitarizzata, vicino alle località di Paju e Yeoncheon, a nord di Seul. I tre militari, appartenenti ai quadri dell’esercito, stavano partecipando a un’operazione di apertura e messa in sicurezza di un percorso di ricognizione, un’attività che prevede l’individuazione di mine, ordigni inesplosi e altri materiali potenzialmente pericolosi prima che il passaggio venga utilizzato dalle pattuglie.
L’esplosione ha provocato ferite particolarmente gravi a due dei militari coinvolti, uno dei quali ha subito l’amputazione di un piede all’altezza della caviglia, mentre il terzo ha riportato lesioni meno gravi. L’esercito sudcoreano ha organizzato un’operazione di evacuazione d’emergenza con il coordinamento del Comando delle Nazioni Unite, inviando un elicottero all’interno della Zona Demilitarizzata per trasportare i feriti all’Armed Forces Capital Hospital, l’ospedale militare situato a sud di Seul, dove sono stati sottoposti alle cure necessarie. Secondo le fonti militari citate dall’agenzia sudcoreana Yonhap, nessuno dei tre sarebbe in pericolo di vita, mentre anche gli altri soldati impegnati nell’operazione saranno sottoposti ad accertamenti per verificare le loro condizioni di salute.
La mina era nordcoreana? Le ipotesi al vaglio dell’esercito
Il punto centrale dell’indagine riguarda la natura dell’ordigno e la sua provenienza, perché il fatto che l’esplosione sia avvenuta sul lato sudcoreano della linea di demarcazione non permette, da solo, di stabilire chi abbia collocato la mina o quando questa sia arrivata nel punto in cui è stata accidentalmente innescata. Le autorità militari stanno valutando diverse possibilità, tra cui quella che si trattasse di un dispositivo già presente nell’area e non correttamente individuato durante le precedenti operazioni di bonifica, oppure di una mina collocata dalle forze nordcoreane e successivamente trascinata verso sud dalle forti piogge che hanno interessato la penisola coreana negli ultimi mesi. Non è esclusa neppure la possibilità che l’ordigno appartenesse alle stesse forze sudcoreane.
La questione assume particolare rilevanza alla luce delle attività di fortificazione avviate dalla Corea del Nord lungo la frontiera a partire dal 2024, quando Pyongyang ha intensificato la posa di mine e la costruzione di recinzioni, barriere anticarro e altre strutture difensive nelle aree prossime alla linea di demarcazione militare. Lo Stato maggiore sudcoreano aveva già segnalato modifiche del terreno in alcuni settori della Zona Demilitarizzata e avviato consultazioni con il Comando delle Nazioni Unite per verificare la possibile presenza di mine nordcoreane a sud della linea di confine, ma al momento non esistono elementi pubblicamente confermati che consentano di collegare direttamente queste attività all’esplosione del 21 settembre.
Un confine lungo 248 chilometri disseminato di mine
La Zona Demilitarizzata, conosciuta internazionalmente come DMZ, è una fascia di territorio lunga circa 248 chilometri e larga quattro, istituita dopo l’armistizio del 27 luglio 1953 che pose fine ai combattimenti della guerra di Corea senza arrivare alla firma di un vero e proprio trattato di pace. Nonostante il nome suggerisca un territorio privo di presenza militare, la DMZ rappresenta una delle frontiere più fortificate del pianeta, con recinzioni di filo spinato, postazioni di sorveglianza, barriere anticarro e un numero di mine che, secondo le stime riportate dall’Associated Press, raggiungerebbe i due milioni di ordigni disseminati all’interno e nelle aree circostanti.
La presenza di mine risalenti a periodi diversi, insieme alla possibilità che le piogge torrenziali provochino spostamenti del terreno e trascinino gli ordigni lontano dai punti in cui erano stati originariamente collocati, rende particolarmente pericolose anche le operazioni condotte in settori già conosciuti dalle forze armate. Le conseguenze di questa situazione erano emerse anche nel novembre 2025, quando un militare sudcoreano aveva riportato la frattura di una caviglia in seguito a un’esplosione verificatasi durante una missione di individuazione delle mine all’interno della Zona Demilitarizzata.
Il precedente del 2015 e le tensioni tra le due Coree
Per ritrovare un episodio con conseguenze altrettanto gravi bisogna tornare al 4 agosto 2015, quando due soldati sudcoreani impegnati in un pattugliamento nella parte meridionale della Zona Demilitarizzata rimasero gravemente feriti dall’esplosione di alcune mine collocate lungo un percorso abitualmente utilizzato dall’esercito di Seul. Uno dei militari perse entrambe le gambe, mentre l’altro subì l’amputazione di una parte di un arto inferiore, in un incidente che provocò un’immediata escalation delle tensioni tra i due Paesi.
L’inchiesta condotta all’epoca dalla Commissione militare per l’armistizio del Comando delle Nazioni Unite concluse che gli ordigni erano stati collocati intenzionalmente da soldati nordcoreani, entrati nella parte meridionale della Zona Demilitarizzata in violazione degli accordi del 1953. Gli investigatori esclusero che le mine fossero state trascinate dalle piogge o da movimenti del terreno, individuando nella loro collocazione recente lungo il percorso di pattugliamento un elemento determinante per ricostruire la dinamica dell’incidente, mentre Pyongyang respinse le accuse di responsabilità avanzate da Seul.
L’esplosione del 21 settembre si inserisce in una fase di persistente tensione lungo la frontiera intercoreana, caratterizzata dal rafforzamento delle difese nordcoreane e da ripetuti episodi di attraversamento della linea di demarcazione da parte di militari del Nord impegnati nelle operazioni di fortificazione. Le autorità sudcoreane seguono con particolare attenzione queste attività, anche per il rischio che lavori effettuati nelle immediate vicinanze del confine possano provocare incidenti o nuovi sconfinamenti, ma la dinamica dell’esplosione che ha ferito i tre soldati resta ancora da accertare.
Saranno gli accertamenti dell’esercito sudcoreano a stabilire se i militari siano rimasti vittime di una mina già presente nel terreno, di un ordigno trasportato dalle piogge oppure di un dispositivo collocato più recentemente. Fino a quando non saranno disponibili i risultati delle indagini, l’ipotesi di una responsabilità diretta della Corea del Nord rimane una delle possibilità considerate dagli investigatori, non una conclusione accertata.
