Sta tornando sotto i riflettori il complicato rapporto tra Washington e L’Avana. «Speriamo che Cuba scelga una strada diversa», ha affermato lunedì il segretario di Stato americano, Marco Rubio. «Purtroppo, troppe persone che continuano a intonare slogan rivoluzionari credono ancora di poter aspettare la fine di questo governo senza apportare cambiamenti o fare nulla. Si sbagliano e impareranno la lezione a proprie spese se non si correggono», ha proseguito.
Le mire di Trump su Cuba
«Direi che raggiungeremo un accordo con Cuba. Non credo che avremo bisogno dell’esercito», ha dichiarato, sabato, Donald Trump. Parole, quelle del presidente statunitense, che sembravano smentire un articolo della Cbs, secondo cui Washington si starebbe preparando a un intervento militare contro il regime castrista. Tutto questo, mentre, parlando il 22 settembre all’Onu, l’inquilino della Casa Bianca aveva auspicato «un cambiamento fondamentale nella situazione a Cuba», per poi aggiungere: «Marco Rubio sta gestendo una trattativa. È nel pieno dei negoziati con Cuba. Vediamo cosa succede».
Insomma, sembra proprio che l’amministrazione statunitense stia alternando il bastone e la carota.
Cosa è successo nell’ultimo anno fra Usa e Cuba
Sono del resto mesi che i rapporti tra Washington e L’Avana oscillano tra tensioni e trattative. A maggio, Axios riferì che, secondo l’intelligence americana, il regime castrista stava valutando di usare 300 droni, acquistati da Iran e Russia, per colpire gli Stati Uniti. Quello stesso mese, il Dipartimento di Giustizia di Washington incriminò formalmente l’ex presidente cubano, Raul Castro, mentre Rubio impose delle sanzioni contro il conglomerato Gaesa (che è storicamente gestito dai vertici dell’esercito dell’Avana).
Tuttavia, nonostante queste fibrillazioni, si erano tenuti anche alcuni incontri significativi. Sempre a maggio, il direttore della Cia, John Ratcliffe, si recò infatti sull’isola per parlare con alcuni esponenti del regime castrista. Alcune settimane dopo, il comandante di Southcom, Francis Donovan, ebbe invece un meeting con alti funzionari delle forze armate dell’Avana nei pressi della base navale di Guantánamo Bay.
Le critiche della Casa Bianca al regime castrista
Nel mezzo di quest’aggrovigliata situazione, qualcosa ha cominciato a sbloccarsi. Come riferito da The Hill, «a giugno Cuba ha annunciato un ampio pacchetto di 176 riforme economiche che includeva misure significative per aprire la sua economia agli investimenti stranieri». Washington ha tuttavia espresso scetticismo. «Primo, bisogna attuarle, e secondo, bisogna mantenerle», ha dichiarato Rubio, la settimana scorsa, parlando delle riforme cubane. «Il problema è la certezza, e non c’è alcuna legittimità o credibilità che questo regime possa mai rispettare queste condizioni, perché non l’ha mai fatto prima», ha proseguito.
Insomma, l’amministrazione Trump giudica i progressi con L’Avana troppo lenti e incerti. Una situazione che, se non dovesse mutare, potrebbe, prima o poi, portare il presidente americano a scegliere l’opzione militare.
Come il tycoon punta a rilanciare la Dottrina Monroe
Non dimentichiamo del resto che, da quando è tornato alla Casa Bianca, Trump ha promosso una riedizione aggiornata della Dottrina Monroe con il preciso scopo di arginare l’influenza cinese sull’Emisfero occidentale. È in tal senso che vanno letti il recente accordo di Washington sulla Groenlandia, la cattura di Nicolás Maduro e le pressioni statunitensi che hanno spinto (con successo) Panama ad abbandonare la Belt and Road Initiative.
Ebbene, non è un mistero che il regime castrista sia storicamente uno dei principali punti di riferimento di Pechino in America Latina. Questo contribuisce a spiegare la linea che il presidente americano sta portando avanti nei confronti di Cuba.
