Ci sono probabilmente persone nelle aziende che non saprebbero spiegare con precisione chi autorizza un pagamento, quale fornitore viene saldato il venerdì, chi sostituisce il direttore finanziario quando è in viaggio e a chi l’amministrazione risponde senza fare troppe domande. La loro casella di posta, invece, probabilmente lo sa e il problema è che adesso potrebbe scoprirlo anche chi ve l’ha rubata.
EvilTokens, secondo Microsoft, nasce nel febbraio 2026 come piattaforma commerciale di phishing-as-a-service. In sostanza un servizio per criminali: 1.500 dollari per entrare, 500 al mese e una serie di strumenti con cui organizzare campagne, gestire infrastrutture e compromettere account. In circa sette mesi Microsoft l’ha collegata alla violazione di oltre 12.000 caselle appartenenti a più di 10.000 organizzazioni nel mondo. È una stima della società, non un censimento universale delle vittime, ma le dimensioni danno comunque un’idea del fenomeno.
Il primo aspetto interessante è il modo in cui EvilTokens riusciva a entrare. Uno degli strumenti era il cosiddetto device code phishing, che sfrutta una funzione assolutamente legittima pensata per autenticare dispositivi sui quali digitare una password sarebbe scomodo. L’attaccante genera una richiesta e convince la vittima a completarla. La cosa meravigliosamente inquietante è che l’utente può trovarsi sul vero sito Microsoft, vedere HTTPS, seguire la normale procedura e perfino completare l’autenticazione multifattore. Tutto funziona perfettamente. Peccato che stia autorizzando la sessione del criminale.
Quindi la MFA ha fatto esattamente il suo mestiere, ma l’essere umano non ha compreso per conto di chi la stava usando. Il sistema può autenticare con grande precisione una nostra decisione, ma non può garantirci che l’abbiamo capita.
Una volta dentro, peraltro, il criminale non ha necessariamente bisogno della password perché dispone dei token che gli consentono l’accesso e, se questi non vengono revocati insieme alle sessioni, il semplice cambio delle credenziali potrebbe non essere sufficiente. Anche questa è una piccola crepa nelle nostre abitudini mentali: continuiamo ad associare automaticamente “account compromesso” a “password rubata”, mentre il mondo ha avuto la pessima idea di diventare più complicato.
Fin qui, tuttavia, siamo ancora dalle parti di un cybercrime che conosciamo bene: servizi criminali venduti come fossero software aziendali, competenze acquistabili a catalogo e strumenti legittimi trasformati in armi. Il passaggio veramente interessante arriva dopo.
Immaginate di avere appena rubato una casella con diecimila messaggi. Avete davanti anni di fatture, riunioni, ordini, clienti, fornitori e conversazioni. Da qualche parte ci sono informazioni preziose: chi autorizza i bonifici, quale dirigente è in viaggio, quali fatture sono aperte, chi si fida di chi. Trovarle, però, richiede tempo perché bisogna leggere e soprattutto capire.
EvilTokens delegava all’intelligenza artificiale proprio questo lavoro. Secondo Microsoft, la piattaforma disponeva di strumenti per riassumere e tradurre messaggi, individuare conversazioni finanziarie, ricostruire ruoli organizzativi e rapporti di fiducia, fino a identificare quelli che potremmo chiamare i “movimentatori di denaro”: le persone che materialmente possono disporre pagamenti.
Qui cambia qualcosa. Che un’intelligenza artificiale possa scrivere una buona email di phishing ormai non dovrebbe stupire nessuno. Tuttavia la novità è che possa aiutare il criminale a decidere a chi scriverla, chi impersonare, quale relazione sfruttare e quale transazione tentare di intercettare.
Una casella di posta, osservata un messaggio alla volta, sembra un archivio. Letta tutta insieme diventa qualcosa di diverso. “Procediamo come l’altra volta”. “Aspettiamo l’autorizzazione di Laura”. “La fattura sarà pagata venerdì”. “Il direttore rientra giovedì”. Presi singolarmente sono frammenti quasi insignificanti. Collegati tra loro descrivono processi, gerarchie, abitudini e fiducia. In pratica, una specie di gemello informativo imperfetto dell’organizzazione.
L’intelligenza artificiale rende economicamente possibile trasformare quella massa di informazioni in conoscenza operativa. Non automatizza soltanto l’attacco, ma anche una parte della comprensione necessaria per scegliere l’attacco.
È l’ennesimo collo di bottiglia che il cybercrime sta eliminando. Negli anni sono diventate acquistabili le competenze tecniche, le infrastrutture, i malware, gli accessi iniziali e perfino il ransomware come servizio. Restava relativamente costoso capire bene una vittima. Ora anche quel lavoro cognitivo può essere compresso da giorni a minuti.
Microsoft afferma inoltre di avere trovato indicazioni secondo cui ampie parti della stessa EvilTokens sarebbero state sviluppate utilizzando l’IA. Abbiamo quindi intelligenza artificiale per costruire lo strumento, poi dentro lo strumento per analizzare le vittime e, dall’altra parte, sistemi analoghi impiegati per accelerare le indagini. Nessuna guerra tra macchine coscienti: soltanto esseri umani che aggiungono motori sempre più potenti ai propri utensili.
Forse dovremmo allora aggiornare anche il nostro vocabolario. Continuiamo a parlare di “furto di dati”, un’espressione che evoca file portati via da un cassetto digitale. EvilTokens suggerisce qualcosa di più serio. Una mailbox compromessa può diventare una memoria aziendale interrogabile dall’avversario, proprio mentre l’organizzazione che l’ha costruita continua a considerarla una semplice raccolta di messaggi.
Per anni abbiamo cercato di impedire ai criminali di rubare le nostre informazioni. Adesso dobbiamo preoccuparci anche della loro capacità di capirle. Perché un ladro che entra in casa è un problema; uno che in pochi minuti scopre dove teniamo le chiavi, chi possiede la cassaforte e quando saremo fuori è già un problema diverso. Non hanno rubato soltanto ciò che sappiamo. Stanno imparando a rubare anche il modo in cui funzioniamo.
