C’era una volta, a Osnabrück, una fabbrica che sfornava T-Roc cabriolet. Belle macchine, capote abbassata, vento tra i capelli, la gioia di vivere imbullonata su quattro ruote tedesche. Oggi quello stabilimento Volkswagen – 2.300 lavoratori, Bassa Sassonia e ordine prussiano – sta trattando con Rafael, la società di Stato israeliana che ha inventato l’Iron Dome. Non per produrre “scoperte”, si capisce. Per assemblare camion che trasportano intercettori, rampe di lancio e generatori.
La storia ha una logica feroce. Volkswagen aveva già provato a vendere lo stabilimento a Rheinmetall, il colosso degli armamenti nazionale, che dal 2024 in Borsa vale più di Bmw. Le trattative si sono arenate a fine 2025. A febbraio, la casa di Wolfsburg ha portato due prototipi militari a una fiera della difesa a Norimberga con il marchio di una “società partner”. La discrezione dei grandi.
La logica feroce del riarmo industriale
Ora c’è la trattativa con Rafael, benedetta dal governo tedesco, con la produzione che potrebbe partire entro 12-18 mesi. A patto che IG Metall – il sindacato metalmeccanico, che in Germania conta come un secondo governo – approvi il passaggio dall’assemblaggio di auto alla componentistica militare. Un anno fa Stephan Soldanski, primo delegato IG Metall a Osnabrück, ammoniva che sarebbe stato «miope concentrarsi unilateralmente sull’industria degli armamenti». Le alternative civili di cui parlava non si sono materializzate.
La miopia, evidentemente, è relativa. Questo non è un caso isolato. È la punta di un iceberg che sta affiorando in tutta Europa con la grazia di un panzer che attraversa un salone dell’auto. A gennaio, Renault ha firmato con la società francese Turgis & Gaillard un contratto per produrre droni kamikaze – ispirati agli Shahed iraniani, per intenderci – nelle fabbriche di Le Mans e Cléon. Un miliardo di euro in dieci anni, fino a 600 droni al mese, sotto la supervisione della Direzione generale degli armamenti francese. Renault non ha mai costruito un drone in vita sua, e non sa nulla di aviazione. Ma sa fare produzioni in serie a basso costo. Esattamente ciò che manca all’industria militare europea, abituata a fare poche cose molto costose per clienti internazionali che non badano al prezzo.
Dai SUV ai blindati: la metamorfosi di Porsche e Valmet
In Finlandia, Valmet Automotive (che per anni ha assemblato Mercedes e Porsche in conto terzi, una specie di sarto di lusso dell’industria automobilistica) ha firmato con il gruppo della Difesa Patria, anch’esso con sede a Helsinki, un accordo per produrre blindati 6×6 nella stessa fabbrica dove fino a poco fa uscivano Suv tedeschi di lusso. Dal Porsche Cayenne al veicolo corazzato da combattimento: chi dice che il settore automobilistico manchi di fantasia?
E poi c’è Vdl Nedcar, in Olanda. Per anni contrattista di fiducia di Bmw. Quando le commesse sono evaporate, la fabbrica si è ritrovata con migliaia di addetti, linee produttive intatte e niente ordini. La risposta? Riconversione verso droni e veicoli specializzati per la difesa. Perché quando hai le competenze industriali e qualcuno bussa alla porta con un assegno, le domande filosofiche sul cosa produrre tendono ad ammorbidirsi. Rheinmetall, nel frattempo, ha già riconvertito due suoi impianti di componentistica auto a Berlino e Neuss per produrre munizioni.
Il fattore Draghi e il mercato dell’elettrico
Per capire perché tutto questo stia accadendo proprio adesso, basta guardare due numeri. Il primo: secondo la società di consulenza AlixPartners, gli impianti automotive europei girano al 55% della loro capacità. Costi pieni e ricavi dimezzati. Il rapporto Draghi del 2024 ricorda che produrre un’auto in Europa costa circa il 30% in più che in Cina – energia più cara, lavoro più costoso, filiera frantumata in troppi paesi. Volkswagen ha già annunciato 50 mila posti di lavoro tagliati in Germania entro il 2030. L’elettrico? Non risolve nulla: l’Europa ha già la capacità per produrre il doppio della domanda, il problema non è l’offerta. È che i clienti non comprano.
Il secondo numero: 800 miliardi di euro. È la cifra che il piano ReArm Europe punta a mobilitare, di cui 150 in prestiti comuni. La Germania ha modificato la Costituzione nel marzo 2025 per esentare dal freno al debito tutta la spesa militare sopra l’1% del Pil. Il budget militare tedesco passerà da 62 miliardi nel 2025 a oltre 152 miliardi nel 2029. La Commissione europea ha appena approvato un programma da 1,5 miliardi nell’ambito dell’Edip – il Programma unitario per l’industria della difesa – con 700 milioni destinati a sistemi anti drone, missili, munizioni e sistemi di combattimento. I bandi sono partiti il 31 marzo.
Mirafiori e Cassino: infrastrutture militari in attesa di ordini
E l’Italia? Non esiste una lista di stabilimenti da riprogrammare in tutto o in parte. Ma la logica industriale è applicabile anche lungo la Penisola. Da noi Stellantis ha diverse fabbriche che condividono con i loro omologhi europei la stessa condizione: calo dei volumi, cassa integrazione, futuro incerto. Mirafiori, il sito simbolo dell’industria italiana, ridimensionato, è in cerca di missione. Potrebbe ospitare componenti elettronici o sistemi per la difesa, dicono gli analisti con cautela da geometri del futuro.
Cassino: linee attive, tecnologia avanzata, esperienza in assemblaggi complessi che si prestano ad applicazioni militari. Melfi: moderno, tecnologico, con competenze che si adattano a veicoli leggeri o piattaforme modulari. Il governo ha presentato un piano da 14,9 miliardi – già approvato dall’Ue – per accedere al programma di prestiti Safe e avvicinarsi agli impegni Nato. I soldi ci sono, o ci saranno. Le fabbriche ci sono. La domanda militare crescerà. Il copione europeo è scritto. Nessuno a Roma parlerà di “riconversione bellica”. Il lessico politico ha una allergia cronica alle parole che costano voti. Ma i meccanismi sono gli stessi di Osnabrück, di Le Mans, della fabbrica finlandese che ieri costruiva Porsche e oggi fa blindati. La Difesa ha scoperto che gli impianti auto vuoti sono infrastrutture militari in attesa di ordini.
