La cronaca delle ultime ore ha portato al centro dell’attenzione mondiale la tragedia avvenuta a Tumbler Ridge, nella British Columbia, dove un attacco armato ha sconvolto una piccola comunità nell’arco di pochi minuti. Le forze dell’ordine locali riferiscono almeno dieci persone uccise, tra cui l’autore dell’aggressione, e oltre venti feriti in quello che è uno dei più gravi episodi di violenza in un istituto scolastico canadese degli ultimi decenni.
L’allarme è scattato durante le lezioni: studenti e personale si sono ritrovati improvvisamente nel mezzo di una situazione che nessuno — né insegnanti né famiglie — avrebbe mai potuto immaginare. Questa strage segue un copione drammatico che, pur restando più diffuso negli Stati Uniti, segna la cronaca nera di diversi paesi in ogni parte del mondo.
I dati più ampi sul fenomeno della violenza nelle scuole, pur con varie definizioni e limiti di raccolta, mostrano un quadro complesso e inquietante. Secondo database internazionali, negli Stati Uniti si contano decine di sparatorie scolastiche ogni anno, con centinaia di episodi registrati in ognuno degli ultimi tre anni, se si applica una definizione estesa che include qualsiasi evento di fuoco d’arma in un campus scolastico. Quelle con vittime multiple, seppur rare rispetto ad altri tipi di violenza giovanile, hanno un potere simbolico enorme, perché colpiscono il cuore dell’idea di comunità sicura.
In Europa casi così estremi restano eccezionali, ma sono presenti: nell’estate del 2025, ad esempio, una sparatoria in una scuola austriaca a Graz ha provocato diverse vittime e decine di feriti, ricordando che non esistono “isole” immuni alle crisi sociali e psicologiche che possono esplodere in violenza.
Per venire a noi, in Italia la realtà statistica della violenza nelle scuole assume connotazioni diverse ma non per questo meno significative. Ampie indagini mostrano che l’uso di armi bianche tra studenti è cresciuto negli ultimi anni, con una percentuale di studenti che dichiarano di aver portato coltelli o utilizzato violenza fisica; nel ciclo 2018-2025, per considerare un intervallo di tempo recente e senza per forza ricondurre tutto alla pandemia e al periodo quindi post-covid, si è registrato un aumento della presenza di coltelli nelle aule e nelle vicinanze degli istituti, insieme a segnali allarmanti di atteggiamenti aggressivi nella vita quotidiana degli studenti.
Ne abbiamo fatto esperienza con la cronaca nera recentissima. In Italia sono in aumento storie isolate di episodi gravi — compresi accoltellamenti e aggressioni con armi improprie — che raccontano di ambienti in cui la tensione e la vulnerabilità degenerano fino alle estreme conseguenze.
Queste situazioni, che si manifestano tanto con episodi estremi quanto con forme di violenza più diffuse e quotidiane, indicano chiaramente che la scuola non è più — se mai lo è stata — un luogo totalmente protetto dal clima di insicurezza che attraversa la società.
La violenza tra i più giovani non può essere tollerata e deve scandalizzare, sempre. Provando a riflettere sulla questione, in primo luogo va detto che non nasce nell’aula, ma ora trova lì il suo palcoscenico peggiore, perché mette a nudo fratture sociali, deficit di relazioni familiari, fragilità psicologiche e vuoti di cura collettiva, insieme all’incapacità di affrontare queste emergenze educative.
Di fronte a una tragedia come quella di Tumbler Ridge e ai segnali inquietanti che emergono da altri contesti, le domande che dobbiamo porci collettivamente sono semplici e terribili: che società abbiamo costruito? Quando abbiamo iniziato ad alzare il livello di tolleranza sulla violenza trasmessa, agita, compiuta? Che ambiente sociale vede esplodere la violenza tra i suoi membri più fragili, in spazi che dovrebbero essere dedicati all’apprendimento e alla crescita?
Le risposte non possono essere semplicistiche né confinate alle mura scolastiche. Richiedono una riflessione profonda sui fattori di rischio — dall’isolamento sociale alle dinamiche familiari, dal possesso di armi da fuoco – è il caso nordamericano – a quello delle armi da taglio, sempre più diffuso tra i giovanissimi, dalla responsabilità collettiva nella prevenzione e nel sostegno psicologico a come si sceglie di proteggere i più piccoli oltre le barriere materiali.
Che fare, allora?
Innanzitutto superare, tutti insieme e con grande sforzo e fatica, la cultura della prevaricazione, lo sdoganamento della violenza – verbale, mediatica, sociale – e le dinamiche volte all’annientamento dell’altro, in ogni campo. La violenza, di ogni tipo, va condannata, non esaltata come elemento di sincerità, o di vitalismo, o di reazione necessaria a uno stimolo che risulta irricevibile, assolvendosi dalle conseguenze in risposta a esso.
Ancora, occorre ripensare la sicurezza scolastica non certo come una somma di barriere e procedure, ma come un progetto culturale che coinvolga famiglie, comunità, istituzioni e giovani stessi nella costruzione di relazioni di cura e responsabilità reciproca. Investire in servizi di supporto psicologico dentro e fuori dalla scuola, promuovere programmi di prevenzione della violenza e delle dipendenze, favorire spazi di ascolto reale per studenti in difficoltà e dialogo aperto con le famiglie sono passi concreti, eppure difficili, di un percorso che non può più essere rinviato.
E’ un percorso sociale che coinvolge tutti, che costa tanto, che richiede tempo, ma non c’è un’alternativa “low cost”: la tragedia canadese ci ricorda che il dolore non conosce frontiere e che la sicurezza — quella vera, intima, sociale — va costruita giorno per giorno, con scelte di lungo periodo e un impegno collettivo che non si limiti alle sirene dell’emergenza, ma penetri al cuore delle nostre comunità.
Altrimenti, rischiamo di trasformare le scuole da luoghi di formazione in teatri di paure e disagi che non appartengono ai nostri figli.
