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Garlasco, la verità di Alberto Stasi: “Chiara non parlò mai di Sempio”

Garlasco, la verità di Alberto Stasi: “Chiara non parlò mai di Sempio”

Il caso Garlasco torna con nuove prove. Ma è il metodo della certezza giudiziaria, prima ancora del colpevole, ad essere sotto processo

Il palmo di una mano sinistra impresso nel sangue, ai margini di una pozza. E nessuno lo aveva “letto” fino ad ora. Questa circostanza — oltre, naturalmente, alla perizia, alle intercettazioni e ai soliloqui captati in automobile — dovrebbe dare da pensare. Non sull’innocenza o sulla colpevolezza di chicchessia, ma su quanto sottile sia il confine tra la verità giudiziaria e la verità tout court, tra il giudicato e il giudicabile.

Il caso di Chiara Poggi, assassinata a Garlasco il 13 agosto 2007, non è soltanto una vicenda di cronaca nera, genere che in Italia produce, con cadenza quasi liturgica, i propri mostri, le proprie assoluzioni postume e le proprie condanne mediatiche. È piuttosto un test permanente della tenuta epistemica del nostro sistema penale. Spieghiamoci meglio.

Il quadro di Alberto Stasi

Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di carcere dalla Cassazione nel 2015, viene sentito dagli inquirenti il 20 maggio 2025, come riportato da Corriere, Repubblica, Stampa, Giornale, Giorno e Provincia Pavese. Questo il contenuto del dialogo fra lui e i pm:

“Chiara ha mai fatto riferimento ad approcci legati a quelle strane chiamate ricevute qualche giorno prima del delitto?”

“No, non l’ha fatto”.

“A lei l’avrebbe detto?”

“Non l’ha fatto. Ragionando in termini ipotetici, credo sarebbe dipeso da altri fattori: se in quel momento l’avesse ritenuto importante, se non era distratta da altre cose”.

“Chiara ha mai citato Andrea Sempio?

“No”.

“Ha avuto sentore che qualcuno potesse aver visto i video intimi?”

“Che io sappia no, anche a distanza di tempo”.

“Chiara sospettava che il fratello Marco se ne fosse accorto?

“Tendo a escluderlo’”.

Stasi afferma inoltre di non ricordare di aver acceso alcun interruttore, ma ammette che una luce, “forse quella delle scale”, era già accesa. Piccolo particolare, già noto agli atti, già sedimentato nel giudicato. Eppure, nella recente analisi delle macchie di sangue, emergono tracce “nuove” sul quarto gradino, uno stazionamento “inequivocabile” del killer sul gradino zero, segni a forma di “C” rovesciata lasciati dall’arma, forse uno zaino usato per trasportarla via.

Il quadro che ne risulta è quello di un delitto durato, nella sua fase di colluttazione, non più di 15-20 minuti. L’anatomopatologa Cristina Cattaneo ricostruisce una sequenza a più fasi: prima i colpi a mani nude, poi le martellate fatali; Chiara ancora capace di muoversi, di voltarsi, di cercare una via di fuga, colpita da dietro.

Il metodo Garlasco (e non solo) e i suoi fantasmi

Ora, il punto non è stabilire chi sia il colpevole. A quello ci penseranno i giudici. No, il punto è il metodo. Esiste una sentenza definitiva, ricca di dubbi e lacune. Ed esiste pure un’altra inchiesta, aperta lo scorso anno dalla procura di Pavia, su Andrea Sempio. Le due cose non possono coesistere senza produrre un cortocircuito logico prima ancora che giuridico: non si può processare un presunto colpevole in contemporanea con un giudicato definitivo su un altro responsabile dello stesso delitto. Ed è per questo che, prima di rinviare a giudizio Sempio, sarà necessario occuparsi della revisione del processo di Stasi.

Nel frattempo, alla luce del processo mediatico già in atto — peraltro da diversi mesi — occorre ricordare che un imputato è innocente fino a prova contraria. E, dunque, fino a un’eventuale condanna definitiva. Siccome un innocente avrebbe già scontato più di dieci anni di carcere, sarebbe opportuno, anzi doveroso, evitare che lo stesso accada al nuovo imputato. In caso contrario, come ha evidenziato l’avvocato Francesco Compagna, legale di Marco Poggi, riferendosi ai soliloqui di Sempio, faremmo tutti parte del cast di The Truman Show: un soggetto “braccato” e registrato mentre elabora ad alta voce, in solitudine, ciò che ascolta da un podcast o una trasmissione televisiva.

La certezza, in diritto come in filosofia, non si ottiene per sottrazione dell’impossibile: si costruisce per accumulo del verificabile. La verità, come sapeva bene Pirandello, che di processi, maschere e identità se ne intendeva, ha il vizio di presentarsi sempre con un volto in più di quanti siamo pronti ad accettarne. E finora, di certezze non ve ne sono. Solo tante possibili verità.

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