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Us Open: la Vinci che non ti aspetti vola in semifinale

La tennista pugliese, reduce da un biennio tutt'altro che esaltante, centra per la prima volta in carriera la fase finale di un torneo del Grande Slam

Crederci sempre, arrendersi mai. Roberta Vinci fa suo l'adagio tanto caro a Simona Ventura e strappa per la prima volta in carriera il biglietto per la semifinale di un torneo del Grande Slam. Sul cemento newyorkese di Flushing Meadows, culla e tana degli Us Open dal 1978 a oggi, la 32enne tennista pugliese batte in tre set la collega Kristina Mladenovic (6-3, 5-7, 6-4), numero 40 al mondo, e si ritaglia uno spicchio di trionfo quando pareva che nulla potesse più dare nel singolare. E' la terza italiana in quattro anni a raggiungere le fasi finali di un torneo che vale un posto nella storia. Oltre a Sara Errani e Flavia Pennetta c'è di più. C'è sempre stato di più. Viva la Vinci che non ti aspetti e che lotta sempre su ogni palla come se fosse l'ultima. Viva la Vinci che pur non avendo colpi straordinari nel suo repertorio è capace di sfornare prestazioni da applausi a scena aperta. A 15 anni dal suo primo scambio da pro', la soddisfazione che chiude il cerchio di sospiri e apre scenari tutti da scrivere.

 

Semaforo verde al terzo tentativo. La Vinci si è giocata l'accesso alle semifinali degli Us Open in altre due occasioni, nel 2012 e nel 2013. Ma prima la Errani, poi la Pennetta, le hanno imposto l'alt senza troppe esitazioni. Roberta da Taranto cadeva e si rialzava. Convinta che presto o tardi sarebbe arrivato il suo momento. Per lei, che nel singolo faceva fatica a raccogliere quanto seminava nel doppio, era una sfida aperta, da rinnovare di volta in volta, perché tanta era la voglia di dimostrare di non essere da meno delle due compagne di nazionale. Ecco, il doppio. In coppia con la Errani, la Vinci ha dettato legge in giro per il mondo per quattro anni, dalla primavera del 2010 ai primi sussulti del 2015. Roberta e Saretta, una macchina tritasassi, belle da vedere, temibilissime da affrontare. Insieme hanno vinto tanto, anzi, tantissimo. Cinque tornei del Grande Slam, tanto per cominciare, Us Open compreso (nel 2012), nel mezzo di piccole e grandi gioie che le hanno fatte entrare nella storia del tennis azzurro in abito da sera. Meraviglie tra le meraviglie. Fino allo scioglimento della premiata ditta, storia di qualche mese fa, per ragioni mai chiarite del tutto. 

Nel singolare la Vinci si è aggrappata al treno delle migliori nel 2013, quando ha chiuso la stagione al numero 14 della classifica Wta. Poi, la retromarcia. Male l'anno scorso e male nei primi otto mesi del 2015, durante i quali raccoglie soltanto un posto in finale nel torneo di Norimberga, battuta dalla sua nuova partner nel doppio Karin Knapp. Nei tornei che contano non ne azzecca una. Australian Open, Internazionali d'Italia, Roland Garros, Wimbledon, una delusione tira l'altra e il morale che scende giù fino a sfiorare i lacci delle scarpe. La discesa verso lo sconforto si ferma quando incrocia sul suo cammino la Statua della Libertà di New York. Agli Us Open, la Vinci incassa la fortuna che non aveva avuto nelle settimane precedenti. Mette sotto avversarie tutt'altro che irresistibili e sbarca nei quarti al cospetto di una Mladenovic, anni 22, che è più fumo che arrosto e in campo si vede. La Vinci passa il turno senza fare cose straordinarie, approfittando dei numerosi passaggi a vuoto della tennista francese. E' semifinale, roba da non credere. In barba a chi non avrebbe scommesso neppure un centesimo su un risultato che fa venire le lacrime di gioia soltanto a pensarci. Dietro l'angolo c'è una montagna ai limiti dell'impossibile che si chiama Serena Williams, responsabile nella notte del siluramento della sorella Venus. Batterla varrebbe un posto in prima fila in paradiso. Non succede, ma se succede, è festa nazionale. 

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