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Nell'arena dei tori con i piloti del motocross freestyle

Il racconto del nostro inviato a Madrid, spettatore (per la prima volta) delle evoluzioni degli scatenati rider del Red Bull X-Fighters

Madrid. La Plaza de Toros de Las Ventas gremita per il Red Bull X-Fighters. – Credits: Red Bull.

Sventolano i pañuelos sugli spalti della Plaza de Toros di Las Ventas. Non per i toreri della corrida ma per i rider del Red Bull X-Fighters di Madrid, uno degli eventi più importanti (ed emozionanti) del circuito del motocross freestyle. Il perché non è difficile da capire. Non appena metto piede nell’arena il colpo d’occhio dei 23mila spettatori, vestiti di bianco (compreso il sottoscritto) in onore della festa di san Firmino, è da far rabbrividire.

Qui a Madrid gli spalti sono così vicini al tracciato che sembra quasi di tuffarsi in mezzo alla folla” mi aveva avvertito, il giorno prima della gara, Levi Sheerwood, vincitore delle prime due uscite stagionali e leader della classifica generale “credo che la sensazione, per noi e per il pubblico, sia diversa da quella di qualsiasi altro tipo di competizione”. Aveva ragione. Mentre lo speaker spagnolo introduce i piloti più o meno come fossero dei wrestler, scorro la biografia di Levi e capisco che la vita del rider non è roba per comuni mortali: piazzamenti e vittorie dell’australiano, compresa quella del titolo del 2014, sono intervallate da infortuni a gambe, polsi, schiena e quant'altro come è normale (dicono) per chi pratica sport estremi. E il Red Bull X-Fighters è decisamente una competizione estrema. Per questo i piloti si allenano tutti i giorni, prima in palestra per prepararsi a sopportare i colpi (tremendi) degli atterraggi e poi in sella alla moto per perfezionari i trucchi, o meglio i tricks “del mestiere”. Alcuni di questi si imparano nel “normale” circuito motocross ma per gli altri ci vogliono talento, abilità e attributi fuori dal comune. Quelli che servono, tanto per fare un esempio, per eseguire il Double Grab Flip, una doppia capriola all’indietro con il pilota che si allunga nell’aria afferrando la sella della sua moto un attimo prima che questa scappi via definitivamente. Facile a dirsi, meno a farsi. Assurdo vedendolo dal vivo. Eppure nei 90 secondi di gara Sheerwood e soci sono in grado di fare questo e altro.

La prima sirena della serata dà il via alle sfide. I rider si affrontano in duelli, stabiliti in funzione delle qualifiche del giorno precedente, durante i quali eseguono 4-5 trick che vengono osservati da altrettanti giudici con il compito di valutare rispettivamente varietà, esecuzione, percorso, stile ed energia. Senza mettere in dubbio l'imparzialità dei giurati ho da subito l’impressione che a decidere l’esito dello scontro sarà principalmente il tifo del pubblico, che si scalda per l'idolo di casa Dani Torres e il suo primo salto carpiato a non meno di 15 metri di altezza. Per chi osserva, la tensione è tutta concentrata in quell’attimo, esattamente al culmine della parabola di volo, in cui sei costretto a pensare che alla fine l’uomo e la sua motocicletta dovranno capitolare al cospetto delle leggi della fisica. E invece gli ”oooh” della folla accompagnano i piloti lungo ognuna delle evoluzioni delle loro performance, accuratamente riprese dalle decine di telecamere piazzate sull’anello dell’arena a cui si aggiungono le gopro posizionate sui caschi e la spidercam che segue i piloti da non più di tre metri di distanza.

Ogni scena è curata nei minimi particolari per creare un pathos al limite dello stucchevole, soprattutto per i palati più raffinati, ma coerente con un evento nato e studiato per essere “show”, nel senso più pieno del termine. Quello messo in atto, tanto per intenderci, dal francese Tom Pagès che, dopo aver fatto fuori il beniamino Torres, sale sulla montagna di terra piazzata al centro dei 62 metri dell’arena e come un torero “mata” la sua motocicletta. Nella maggior parte degli sport si sarebbe scatenata la rappresaglia del pubblico di casa, che invece applaude divertito mentre lo stesso Torres riconosce la sconfitta alzando il pugno del suo rivale. Il livello di rispetto tra questi piloti è impensabile se si considera che dalle qualificazioni fino alla finale combattono faccia a faccia, l'uno contro l'altro. Eppure mentre li osservo gesto dopo gesto capisco che nessuno di loro potrebbe mai odiare chi rischia la vita nello stesso modo, a caccia di un limite che per "gli altri" è invisibile e invalicabile. 

 

Il back flip che è valso la vittoria al francese Tom Pagès (Credits: Red Bull).

Il ritmo frenetico della gara non permette soste e volgendo di nuovo lo sguardo verso l'arena faccio appena in tempo a scorgere nei monitor l’australiano Josh Sheehan mentre esegue un doppio salto mortale e ricade in assoluta scioltezza. La mossa gli è sufficiente per eliminare Sherwood e raggiungere la finale con Pagès, che è diventato il nuovo favorito del pubblico madrileno. L’ultimo atto della serata scorre via veloce e dopo le ultime evoluzioni i due finalisti possono prendere posto sulla collina per il giudizio finale, sotto lo sguardo dei 20mila di Plaza de Toros. Cinque termometri sui mega schermi vengono "riempiti" lentamente da un ideale mercurio rosso, che sale a seconda del punteggio assegnato dai giurati così da creare ancora più tensione nel confronto tra i due contendenti. Il termometro dice che varietà, esecuzione ed energia sono tutte dalla parte di Pagès che vince e lancia i pezzi della sua tuta al pubblico in delirio. Nonostante la mia conoscenza sommaria dello spagnolo intuisco dai più esperti, ancora con le mani tra i capelli, che facendo girare la moto attorno al manubrio, afferrato per un istante con una mano sola, il francese ha eseguito quello che in gergo si chiama Bike Flip. Nessuno ci aveva mai provato prima nel mondo del freestyle motocross. Tanto mi basta per capire quanto gusto del rischio e quanto coraggio c'è dentro in questi rider. A fine serata il mio personale pañuelo rosso sventola per loro. 

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