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Doping: il report auto-denuncia del ciclismo

Il dossier della Commissione voluta dalla stessa Unione internazionale fotografa il diffuso ricorso a sostanze illecite. Non solo tra i professionisti

Dopo averla costituita nel gennaio 2014, l'Unione Ciclistica Internazionale (Uci) aveva dato un mandato ben preciso alla Cycling Independent Reform Commission (Circ), la Commissione indipendente per la riforma del ciclismo: indagare nel mondo del pedale, con particolare riferimento al periodo dal 1° gennaio 1998 al 31 dicembre 2013 e alle vicende di Lance Amstrong, per capire quanto il doping avesse minato e continuasse a minare la credibilità sportiva del movimento. E la Commissione, composta dal presidente Dick Marty (svizzero, ex-procuratore nell'apparato di giustizia elvetico) e dai vice-presidenti Peter Nicholson (australiano, esperto nelle investigazioni contro il terrorismo internazionale e i crimini di guerra) e Ulrich Haas (tedesco, professore universitario specialista nell'anti-doping), non si è certo tirata indietro, rivelando tutta la verità e soltanto la verità nel report di 227 pagine consegnato al presidente della stessa Uci, il britannico Brian Cookson.

Testimonianze scomode
Una verità che, come non fossero già abbastanza quelle vecchie (la Commissione ha tra l'altro appurato che il ricorso all'Epo di Amstrong venne a suo tempo coperto dalla stessa Uci), getta nuove ombre sui protagonisti del ciclismo internazionale. In base alle testimonianze raccolte intervistando 174 tra esperti anti-doping, giudici, corridori e altri addetti ai lavori, la Cycling Independent Reform Commission si è infatti sentita autorizzata a mettere nero su bianco che l'utilizzo di sostanze illecite è ancora ampiamente diffuso tra i corridori professionisti, anche per effetto dei controlli poco efficaci, mentre nel mondo dilettantistico (quello dove pedalano anche e soprattutto le giovani promesse) il fenomeno può addirittura essere definito endemico.

Micro-dosi e altri trucchi
Addirittura, nel dossier viene citata la testimonianza di "un rispettato ciclista professionista" che si dice certo che il 90% dei suoi colleghi fa ancora uso di doping, e il fatto che un altro parli di solo un 20% porta comunque la media a una percentuale che indica come il fenomeno sia ancora diffusissimo a dispetto dei controlli, o forse proprio per colpa della loro inefficacia. Con una particolarità, sempre secondo quanto accertato dalla Commissione: i corridori sono ora soliti assumere micro-dosi delle sostanze proibite, ma in modo continuativo, così da riuscire a non risultare positivi ai test. Un altro trucco, sempre secondo i tre investigatori della Circ, sta poi nello sfruttare le ricette mediche a uso terapeutico (per cui è prevista l'esenzione dai controlli) per assumere medicinali finalizzati esclusivamente a migliorare la performance agonistica: un'abitudine così diffusa da essere definita un vero e proprio "abuso" nelle pagine del dossier.

I rischi del "mestiere"
In più, ecco l'alto uso di prodotti dimagranti, potenti anti-dolorifici e altri farmaci sperimentali con un altrettanto alto rischio per i ciclisti, professionisti come dilettanti, di andare incontro a disturbi dell'alimentazione, problemi di depressione e... incidenti in gara proprio per l'alterato stato di salute psico-fisica. Ma non è tutto, perché sempre secondo la Commissione il doping è infatti la prima e più utilizzata soluzione per vincere barando, ma non l'unica: truccare le bici e l'equipaggiamento sono infatti altri mezzi illeciti con cui i ciclisti cercano di andare più veloci degli altri.

Davvero non un bel quadro, e l'unica speranza per il ciclismo sta nel fatto che a chiedere di dipingerlo - per conoscere esattamente la forma e le dimensioni del mostro da affrontare - sia stata appunto la sua massima autorità internazionale.

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