"Un Papa pastorale, che sfugge alla stretta dei conservatori", titola così il New York Times al termine dei sei giorni di visita di Francesco negli Stati Uniti. Ma forse è un titolo riduttivo.

La verità è che Bergoglio ha superato a pieni voti l’esame più difficile: non solo evitare lo scontro con l’anima più tradizionalista e conservatrice della società americana, ma soprattutto conquistare il cuore della gente.

I confronti sono sempre poco piacevoli, ma mentre nel 2008 gli Stati Uniti si erano accorti appena della visita di Benedetto XVI, questa volta faceva impressione vedere al Central Park di New York 80 mila persone assiepate per salutare Francesco sulla papamobile. E se ci fossero stati più biglietti a disposizione e meno controlli di sicurezza, sarebbero state certamente di più.

Ma come ha fatto Francesco a guadagnare, giorno dopo giorno, fiducia e ammirazione degli Stati Uniti?

I presupposti non erano dei migliori: era stato preceduto dal fuoco di fila della stampa che lo metteva sotto processo per i suoi attacchi al mondo della finanza e al capitalismo, per la condanna del mercato delle armi, per la critica feroce al consumismo e alla globalizzazione. Il settimanale Newsweek addirittura si chiedeva: "Il Papa è cattolico?".

E dentro la Chiesa americana invece di trovare alleati Bergoglio sembrava avere invece dei guastatori, soprattutto i critici delle sue aperture in tema di famiglia, divorzio e coloro che lo giudicano troppo debole nella sua condanna dell’aborto.

In più il Papa si preparava a pronunciare la gran parte dei discorsi in spagnolo, invece che in inglese.

Quasi una sfida del "gaucho" argentino agli "yankees" americani.

Ma tutti questi ragionamenti sono stati messi da parte, alla prova dei fatti. Il Papa dei gesti è divenuto anche «il Papa della gente», come ha titolato la Cnn. Non conta la lingua, contano gli sguardi e i gesti concreti di Francesco. Il sorriso e la cordialità con Barack Obama, il suo ricordare di essere figlio di immigrati, il suo appello ai valori e al sogno americano, la sua disponibilità al dialogo.

Inoltre questa volta il Papa gesuita invece di usare la clava, ha usato il fioretto.
Non ha eluso nessuno dei temi anche scottanti, che dividono: il commercio delle armi e le pena di morte di fronte al Congresso, il diritto all’ambiente, la lotta all’esclusione e il rispetto della vita alle Nazioni Unite, la difesa della famiglia e la libertà religiosa a Filadelfia.

Ma non lo ha fatto mai con il tono della condanna o con lo spirito dello scontro. Bensì con quell’apertura al dialogo e alla ricerca dell’unità che ha raccomandato anche ai vescovi americani.

A Washington ha parlato all’America, a New York ha parlato al mondo, a Philadelfia ha parlato al cuore degli americani, utilizzando anche parole dure nei confronti di tutti coloro che si sono macchiati di crimini e di violenze sui bambini. Ma aprendo molto anche ai conviventi e alle coppie di fatto ("Li vogliamo scomunicare?", ha chiesto ironicamente ai vescovi).

L’unica scivolata, se si può dire, è stata quella sulla scaletta del volo che lo ha portato da New York a Philadelfia.
Cosa resta di questo viaggio?

Un sicuro successo diplomatico e di immagine. Una tirata d’orecchie ai vescovi troppo conservatori.

E un po’ di delusione, forse, dal discorso all’Onu che ci si aspettava più incisivo. Ora però Francesco torna a Roma e ritrova i problemi e gli ostacoli di prima, a cominciare dall’imminente Sinodo dei vescovi sulla famiglia.

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