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Primarie PD 2017: perché le vincerà Renzi

Dopo aver stravinto nei circoli, è lui il candidato alle primarie Pd più accreditato a spuntarla anche tra elettori e simpatizzanti

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Il segretario uscente del Partito Democratico e candidato alla segreteria, Matteo Renzi, al circolo del Pd di Firenze dove è iscritto per votare per il congresso del partito, 24 marzo 2017. – Credits: ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

Con domenica 2 aprile si è conclusa la fase congressuale aperta ai soli iscritti PD in vista delle primarie Pd del 30 aprile e i risultati ottenuti finora da Matteo Renzi hanno positivamente sorpreso anche gli stessi renziani che non si aspettavano un consenso così alto. Nonostante la percentuale più bassa di votanti rispetto alle precedenti primarie del 2013, quasi il 70% dei militanti dem ha rinnovato la fiducia all'ex segretario. Andrea Orlando si attesta intorno al 25% mentre Michele Emiliano al 6%.

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Al quartier generale renziano ci si interroga su come sia stato possibile che un leader politico tanto osteggiato sia all'esterno che all'interno del suo stesso partito, considerato per anni una sorta di “alieno”, di “usurpatore” in casa altrui, responsabile – per dirla con Roberto Speranza – della “mutazione genetica” del Pd, uscito pesantemente sconfitto al referendum costituzionale del 4 dicembre, oggi faccia man bassa di voti proprio tra gli iscritti di quel partito e perché resti il più quotato anche per vincere le primarie aperte a elettori e simpatizzanti del prossimo 30 aprile.

Debolezza degli avversari
Una delle ragioni sta senz'altro nella debolezza di entrambi i suoi sfidanti che non sono riusciti a sfondare nemmeno nelle loro roccaforti. All'inizio della campagna si pensava che il ministro della Giustizia avrebbe prevalso almeno in alcuni territori del Nord e il governatore della Puglia al Sud. Invece sia a La Spezia, città d'origine di Andrea Orlando che a Bari, di cui Michele Emiliano è stato sindaco, Renzi ha comunque prevalso.

E addirittura ha battuto Emiliano nel suo circolo 59 a 38. È probabile che quando al voto saranno chiamati anche elettori meno politicizzati, il fatto che Orlando sia poco conosciuto al Sud ed Emiliano al Nord possa condizionare almeno in parte il risultato. Nel frattempo, gli stessi renziani pregano che Emiliano arrivi entro domenica al 5%, la soglia necessaria per accedere alla seconda fase. La sua presenza è considerata necessaria ad accendere la competizione e portare più persone possibili al voto (l'obiettivo minimo è di 2 milioni) ma anche a sventare il ballottaggio con Orlando e, nell'ipotesi che nessuno dei due arrivi alla maggioranza assoluta, il voto in assemblea.

Renzi leader di partito e di governo
La debolezza dei suoi avversari fa il paio con la forza di Matteo Renzi di incarnare ancora oggi agli occhi degli elettori dem l'unico leader del centrosinistra in grado anche di governare il Paese in un'ottica maggioritaria che in questo elettorato è ancora prevalente nonostante la sconfitta referendaria e il rischio di dover votare con una legge elettorale di tipo proporzionale. Non a caso una delle principali differenze tra la mozione congressuale di Renzi e quelle dei suoi avversari riguarda proprio la coincidenza tra la figura di segretario nazionale e quella di candidato premier che Renzi, come da Statuto, intende mantenere mentre gli altri due mettono in discussione.

Per la stragrande maggioranza degli elettori dem il Partito democratico deve restare un partito a vocazione maggioritaria e di governo e Matteo Renzi è ancora considerato l'unico leader in grado di guidarlo e di farlo rimanere su questa strada nonché l'unico in grado di contrapporsi all'avanzata dei populismi e delle forze anti-sistema, ma che oggi puntano a guidarlo, come in primis il Movimento 5 Stelle.

Troppo attaccato
“Evidentemente la sconfitta referendaria ha fatto scattare un allarme nella nostra base rispetto al rischio che il processo di cambiamento si arresti. Rispetto all'attacco al segretario è scattato un effetto di protezione del segretario stesso, che è diventato evidentemente patrimonio del Pd”. A certificare un'impressione diffusasi immediatamente dopo la sconfitta referendaria è stato in questi giorni il portavoce di Matteo Renzi in questa fase, l'emiliano Matteo Richetti. Di fronte agli attacchi subiti durante la campagna elettorale da parte degli avversari politici, al brindisi immortalato la notte dei risultati tra gli ex esponenti della minoranza interna che avevano fatto campagna per il “no” e che poi hanno lasciato il Pd, da parte di molti elettori dem, “ma anche del Pci”, come osservato da Davide Ermini, “è scattata la sindrome di difesa del segretario”. Militanti ed elettori non hanno condiviso la furia denigratoria nei suoi confronti e la scelta di andarsene dal partito e, anche senza per forza essere degli ultras renziani, si sono ricompattati e si stanno ricompattando intorno al loro leader, al quale riconoscono anche di aver promosso e realizzato riforme "di sinistra", come le unioni civili, in cui i suoi predecessori avevano fallito.

La nuova comunicazione
Potrebbe sembrare infine un elemento secondario ma non sarà stato affatto indifferente rispetto all'esito delle primarie che il “nuovo” linguaggio renziano, meno aggressivo e più ponderato, piaccia agli elettori di centro-sinistra molto più di quello del Renzi prima maniera, rottamatore e accentratore. Qualcuno ci scherza su: “Matteo Renzi sembra scomparso”. Nulla di più lontano dalla realtà.

Da ex segretario Renzi continua a dettare la linea dentro il Nazareno e da ex premier dentro Palazzo Chigi. Il braccio di ferro con Padoan sull'Europa lo sta a dimostrare. La differenza sostanziale rispetto alla comunicazione di quando era al governo è che oggi Matteo Renzi ha deciso di apparire meno in tv e di dire meno cose per farle pesare di più. Anche la scelta dei contenuti appare mirata a valorizzare temi quali il lavoro, i giovani, le realtà sociali, l'Europa. Mentre il format del one man show è stato, almeno per il momento, archiviato. Niente più comizi uno dopo l'altro, tutti identici, con Renzi unico protagonista, come durante l'estenuante campagna referendaria, ma una maggiore condivisione del palcoscenico. Una scelta che, fino a questo momento, ha sicuramente pagato e su cui si scommette anche per le prossime settimane quando, a partire dal 10 aprile inizierà la campagna vera e propria per le primarie Pd che dovrà portare al voto del 30 aprile.

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