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Landini-story: dove vuole arrivare il capo della Fiom

Dalle origini sindacali al probabile futuro da nuovo Tsipras italiano attraverso grandi battaglie e clamorose sconfitte

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Il segretario generale della Fiom-Cgil Maurizio Landini durante la manifestazione promossa in occasione dello sciopero di otto ore dei metalmeccanici, Napoli, 21 novembre 2014. – Credits: ANSA/ CIRO FUSCO

Che sia perché, come dice Renzi, “ha perso nel sindacato e quindi si dà alla politica” o perché, come sostengono i suoi estimatori, ha la stoffa dello Tsipras italiano, nessuno si stupirebbe nemmeno un poco se il segretario della Fiom Maurizio Landini decidesse di scendere in campo da un momento all'altro. La lista dei precedenti illustri in fondo è lunga: dall'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti all'europarlamentare Sergio Cofferati, dall'ex segretario pro tempore del Pd Guglielmo Epifani al presidente della Commissione lavoro della Camera Cesare Damiano, dalla vicepresidente del Senato Valeria Fedeli alla sottosegretaria Teresa Bellanova a molti altri, in Italia c'è una lunga e radicata tradizione di sindacalisti passati alla politica.

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Le origini

Figlio di una casalinga e di un cantoniere ex partigiano, Maurizio Landini nasce il 7 agosto del 1961 a Castelnovo né Monti, in Emilia-Romagna, quarto di cinque figli. In famiglia non ci sono molti soldi così lui, che tifosissimo del Milan sognava di fare il calciatore, a 15 anni lascia l'istituto per geometri e si mette a lavorare come apprendista saldatore in un'azienda che produceva impianti di riscaldamento ed elettrici. Intorno ai 20 anni si iscrive al Pci mentre la sua ascesa progressiva nella Fiom lo porta, nel 2005, fino alla segreteria nazionale del sindacato dei metalmeccanici.

La carriera sindacale

Responsabile del settore dei veicoli a due ruote e del settore degli elettrodomestici, sarà lui a trattare con aziende come Piaggio, Indesit Company e Electrolux. Poi nel 2009, con il segretario Gianni Rinaldini, conduce la battaglia per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Infine, il 1 giugno del 2010 diventa segretario nazionale della Fiom.

Le battaglie: Tyssen, Fiat e Ilva

Nel 2011 fa costituire la Fiom parte civile nel processo che porterà alla condanna dei vertici della TyssenKrupp, l'azienda tedesca leader in Europa nel settore siderurgico, proprietaria dello stabilimento di Torino in cui morirono 7 operai nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 in seguito a un gravissimo incidente. Nel 2012 è la volta del caso Ilva di Taranto quando il sindacato dei metalmeccanici fu l'unico ad appoggiare la decisione della magistratura di fermare la produzione in attesa della messa in sicurezza degli impianti di proprietà della famiglia Riva accusata di avvelenare l'ambiente e causare malattie mortali tra gli operai e i cittadini della città pugliese.

Nei due anni successivi è invece scontro aperto con l'a.d. di Fiat Sergio Marchionne che, dopo l'uscita da Confindustria, pone come condizione per continuare ad investire negli stabilimenti italiani un nuovo contratto aziendale. Il referendum tra i lavoratori dà esito positivo. Tutte le altre sigle sindacali firmano a eccezione della Fiom che resta fuori dalle successive trattative tra azienda e sindacati. Landini continuerà ad accusare Marchionne di voler portare all'estero tutta la produzione e chiudere gli stabilimenti italiani. Ma quando a gennaio scorso il manager italo-canadese annuncia 1.500 nuove assunzioni a Melfi, Landini non potrà che riconoscergli di essere stato “bravissimo”.

I libri

A differenza del suo omonimo che scrive poesie, Maurizio Landini si è dedicato alla saggistica con due volumi che hanno avuto un significativo riscontro editoriale. Nel 2012 è infatti uscito per Bompiani il suo libro-intervista "Cambiare la fabbrica per cambiare il mondo - La Fiat, il sindacato, la sinistra assente", in cui il capo dei metalmeccanici analizza con Giancarlo Feliziani il rapporto con Sergio Marchionne e la situazione della casa automobilistica. L'anno dopo è la volta di “Forza Lavoro”, pubblicato da Feltrinelli. Dal caso specifico di una singola azienda, qui la riflessione si amplia agli effetti della crisi nel nostro Paese, al ruolo del sindacato e della politica, alla difesa dei diritti, a cominciare da quello all'occupazione.

Il rapporto con Matteo Renzi

Nonostante le scintille degli ultimi tempi, c'è stato un momento in cui diversi osservatori avevano sottolineato una particolare sintonia tra il più liberista dei leader di (centro)sinistra e il più rosso dei capi sindacali. Tanto che all'epoca della formazione del governo Renzi, dopo le dimissioni di quello di Enrico Letta, alcuni giornali indicarono tra i candidati per la guida del ministero del Lavoro proprio Maurizio Landini. L'ex segretario della Cisl Raffaele Bonanni lo definì, una volta, il "consulente del lavoro" di Renzi allora ancora solo segretario del Pd. E quando un mese dopo il suo insediamento a Palazzo Chigi, Landini offrì al premier un “patto per lo sviluppo”, fu un'indispettitissima Susanna Camusso (leader da rottamare di un sindacato da cambiare totalmente secondo Landini) a voler segnare la distanza tra la “sua” Cgil e la Fiom. Una luna di miele è durata poco. Giusto il tempo di accorgersi, da entrambe le parti, che in un futuro più o meno prossimo i due si sarebbero potuti ritrovare a sfidarsi sullo stesso terreno, quello della politica.

Il flop degli scioperi a Melfi e Pomigliano

Già a novembre scorso successe il finimondo quando il capo dei metalmeccanici disse che Renzi non aveva più il consenso delle persone oneste, ma è in questi ultimi giorni che si sono viste volare secchiate di veleno da ambo le parti. L'occasione l'hanno fornita i recenti flop degli scioperi indetti dalla Fiom contro la decisione della Fiat di incrementare la produzione visto il buon andamento delle vendite. A Pomigliano, dove si fa la Panda e dove nei giorni scorsi la Cisl ha vinto le elezioni per le rappresentanze interne, su 2.600 lavoratori hanno scioperato in 5; a Melfi, dove si produce la Jeep Renegade e la nuova 500, solo il 2,8% con una punta minima dello 0,95. “Non è Landini che abbandona il sindacato ma il sindacato che abbandona lui” il commento di Matteo Renzi subito ricambiato da un piccato Landini nel ricordare a Renzi che “la Fiom ha più iscritti del Pd”. Vero, se si considera che a settembre 2014 i tesserati dem erano scesi da 500mila a 100mila contro i 350mila iscritti al sindacato dei metalmeccanici. Ma un pò debolino come contrattacco, visto che a maggio oltre 11 milioni 200mila italiani avevano votato per il Pd.

Dove vuole arrivare Landini

“A chi periodicamente mi chiede perché non mi impegni di più in politica – o più prosaicamente ‘perché non ti candidi’ – rispondo che la Fiom è già in campo da anni e grazie alle lotte dei metalmeccanici siamo diventati un punto di riferimento anche fuori dal mondo del lavoro”. A dirlo era Landini nel suo libro del 2012. Ma in politica, si sa, due anni corrispondono a due ere geologiche e oggi il futuro del segretario Fiom sembra quasi segnato.

Alla sinistra del Pd c'è da occupare uno spazio che secondo i sondaggi vale almeno il 5% e Landini sembra l'uomo giusto per raccogliere un fronte anti-renziano che va dai delusi del Pd a Sel, dagli avanzi di Tsipras all'ala dura della Cgil. Il primo banco di prova sarà la battaglia sul Jobs Act. Landini starebbe pensando a un referendum abrogativo contro le nuove regole sul lavoro e l'abolizione dell'articolo 18. Il precedente però non farebbe ben sperare: 30 anni fa quello promosso dal Pci con l'appoggio della Cgil contro il taglio della scala mobile deciso dal governo Craxi fallì miseramente.

E anche chi, dentro al Pd, si è opposto finora alla riforma, difficilmente si posizionerà fuori dal Pd. È il caso soprattutto dei bersaniani, ma anche di Cuperlo e Fassina. Al suo fianco, anche oltre la battaglia contro il Jobs Act, Landini si ritroverebbe giusto Pippo Civati. Basterà? Lui insiste nel dire di non volersi fare un partito ma un movimento in grado di raccogliere le forze contrarie alla politica economica del governo. La stessa che, secondo Renzi, starebbe invece permettendo all'Italia di uscire dalla crisi e rilanciare l'occupazione. E che un giorno, ne è convinto il premier, lo farà vincere proprio contro chi oggi (Landini e non solo) la sta osteggiando.

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