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Il caos egiziano e la profezia di Al Zawahiri

Uno Stato islamico si prende con la forza e non con regole democratiche. Ecco perché la Fratellanza ha perso in Egitto, secondo il medico ed ex braccio destro di Bin Laden

Bin Laden con Al Zawahiri

Osama Bin Laden e Ayman Al Zawahiri in una foto d'archivio in una grotta afghana - ANSA

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Con la cattura di Mohamed Badie, leader della Fratellanza Musulmana in Egitto, si chiude il cerchio di questa sanguinosa transizione politico-istituzionale del Paese nordafricano, parabola di tutte le primavere arabe e indicatore cruciale per i destini di questa parte di mondo.

 I militari hanno riportato la situazione praticamente allo status quo ante la presidenza Morsi: quella in cui era stato deposto e imprigionato il vecchio dittatore Hosni Mubarak - che invece potrebbe ora passare ai domiciliari - e quella in cui il Paese si andava affidando con disperazione all’esercito, pur di ottenere un nuovo corso e libere elezioni.

 

Nel mentre, abbiamo assistito allo sgombero forzato e delittuoso delle piazze della capitale egiziana, dove i manifestanti pro-Morsi agitavano la bandiera del colpo di Stato e chiedevano a gran voce la scarcerazione di Mohammed Morsi, imprigionato sin dalle prime ore della sua defenestrazione e tuttora sotto custodia forzata: i Fratelli Musulmani sono stati lasciati a sgolarsi nelle piazze per giorni, prima che l’esercito intervenisse con i modi che abbiamo visto. Essi speravano paradossalmente in un’azione ancor più violenta da parte dei militari, pretendevano un martirio che giustificasse la reazione dell’intero mondo musulmano. Cosa che non è avvenuta.

 

L’esercito, spietato per vocazione, ha agito consapevole di dover riportare l’ordine a ogni costo e il generale Al Sisi, capo delle forze armate (e in pratica dell’intero Egitto) ha mantenuto la freddezza necessaria a non far precipitare la situazione in una guerra civile conclamata, forte del più preparato apparato militare che l’Africa conosca. Per fare ciò, ha però condannato a morte almeno un migliaio di cittadini che si erano ribellati. Il che non depone certo a suo favore ma nemmeno a favore dell’Occidente che, grazie a un colpevole silenzio, ha lasciato mano libera ad Al Sisi di poter agire come meglio credeva.

 

Perché la Fratellanza ha perso
In questo modo si è consumata l’ultima speranza per i gruppi islamici di poter mantenere una forza determinante per ricattare o condizionare l’azione politica dei futuri governi del Paese. La Fratellanza, domata ma non doma, forse sarà bandita dall’Egitto come già lo era stata per decenni in passato o forse no. Di certo, appare depotenziata e fortemente ridimensionata, cieca nel non voler ascoltare più nemmeno il rettore dell’Università di Al Azhar ovvero la massima autorità religiosa dell’Egitto che, sin dall’inizio, ha moderato le posizioni islamiche con le richieste dell’esercito, finendo per avallare il secondo.

 

I Fratelli Musulmani si vanno così confinando nell’isolamento in cui essi stessi si sono voluti cacciare a causa di una miope gestione del potere sotto Morsi, il quale ha dimostrato di non saper interpretare adeguatamente i bisogni della società e di non riuscire a mettere l’economia e lo sviluppo dell’Egitto al centro di ogni azione di governo, piegandosi invece alle sole logiche della Sharia, cui il giovane popolo egiziano non desidera affatto sottostare.

 

Ne sia prova il fatto che, contestualmente alla volontà di sciogliere la Fratellanza, il generale Al Sisi abbia stabilito di sciogliere anche i comitati cittadini che si erano armati spontaneamente, proprio per difendere l’Egitto dalla deriva islamista della Fratellanza. Segno che i Fratelli sono in realtà una minoranza mal digerita nel Paese (non pochi sono stati i casi in cui la polizia è dovuta intervenire per salvare i suoi appartenenti dal linciaggio della folla) e che la maggioranza pacifica del Paese preferisce voltare pagina, dacché l’esperimento dell’Islam politico in Egitto è risultato fallimentare.

 

La profezia di Al Zawahiri
Al di là del come, c’è anche un perché all’azione dell’esercito, che si rende ogni giorno più evidente: l’Egitto non può cadere in mano al fanatismo religioso. Lo dice la sua millenaria storia, di cui l’Islam è una parte rilevante ma certo non esclusiva.

 

Tutto ciò era prevedibile. E, in realtà, previsto da una delle menti più fini e pericolose che il mondo conosca: Ayman Al Zawahiri. Il numero uno di Al Qaeda dalla scomparsa di Osama Bin Laden (tra l’altro di origini egiziane), oltre a essere il più pericoloso terrorista in circolazione è anche un attento studioso di scienza politica e un fine analista.

 

All’inizio di questo mese, Zawahiri ha registrato un audio di un quarto d’ora che può essere riassunto così: “Io ve l’avevo detto”. Già, perché nel lontano 1991 il futuro leader di Al Qaeda scrisse un libro, il suo primo, denominato “Il raccolto amaro” in cui compaiono numerose riflessioni tratte dall’osservazione di quanto avveniva nella vicina Algeria, in preda alla guerra civile.

 

Il libro era una feroce critica ai Fratelli Musulmani e a tutti i partiti islamisti che intendevano partecipare al processo democratico e andare al potere attraverso elezioni e parlamenti. La riflessione di base contenuta nel libro è che “un partito islamista fa bene nelle cabine elettorali, solo per essere rovesciato da un colpo di stato militare che poi precipita il Paese nel caos”. Esattamente come avvenuto in Egitto.

 

Con ciò, Al Zawahiri intendeva spiegare - come ribadito nell’audio di agosto, non senza una punta di soddisfazione personale - che Islam e democrazia sono elementi che non si combinano insieme, che la seconda è destinata al fallimento e che per far trionfare uno Stato islamico non serve partecipare alle elezioni democratiche, perché “i crociati e i loro alleati nel mondo arabo” non permetterebbero mai l'emergere di un vero Stato islamico.

 Di gran lunga migliore, secondo Al Zawahiri, è prendere il potere con la violenza e poi imporre la Sharia secondo il modello talebano, con il quale anche gli Stati Uniti sono dovuti scendere a patti. Il che la dice lunga sulla stabilità di Africa e Medio Oriente nel futuro prossimo.

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