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Minzolini: Rinnegare il «montismo»

Il suggerimento dell'ex direttore del Tg1

di Augusto Minzolini

Paragone tra due trentenni: Matteo Renzi per rivoluzionare il Pd ha avuto il coraggio di mettersi contro il 90 per cento dei dirigenti del partito; Angelino Alfano, invece, è diventato il garante dello status quo, della nomenklatura pdl che avrebbe dovuto rinnovare, sacrificando per essa addirittura il rapporto con il padre putativo. Eh sì, perché finora la palingenesi del Pdl si è esaurita nel pensionamento di Silvio Berlusconi. Ecco perché il Cavaliere si è sentito tradito. In più Alfano ha sbagliato i calcoli: il passo indietro dell’ex premier non ha aperto la strada a una nuova alleanza con Pier Ferdinando Casini, anzi. I centristi si sono ancora più stretti a Pier Luigi Bersani e il Pdl, emarginato, ha perso consensi. Al netto di ogni personalismo, quindi, nella rivoluzione del centrodestra Berlusconi si affida al suo istinto di sopravvivenza.

È un tentativo disperato di riattrarre gli elettori delusi che hanno disertato le urne o che si sono sfogati votando Beppe Grillo. Un’operazione che per riuscire deve partire da un dato: all’elettore arrabbiato non importa nulla delle primarie o se il centrodestra si presenterà spacchettato. Il discrimine è un altro: il moderato deluso è allergico a Mario Monti e vuole che i suoi interessi siano difesi, nel campo fiscale come nella politica del credito. Il ritorno del Cav con una nuova Forza Italia, quindi, avrà una sua ratio solo se marcherà una discontinuità con la filosofia di oggi. Di fronte alla crisi non contano effetti speciali o nomi rievocativi, ma i programmi e l’impegno a realizzarli senza se e senza ma, a differenza del passato.

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