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Manovre al centro: tutti per Monti, Monti per tutti

Fini, Casini e Montezemolo: personaggi in cerca d'autore che per esistere diventano fan del Professore. Aspettando le mosse di Passera.

Montezemolo, mister potere

Il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini scherza con il presidente della Fiat Luca Cordero di Montezemolo. – Credits: GIUSEPPE GIGLIA/ANSA

Fini, Casini, Montezemolo. Personaggi in cerca d’autore. Aspiranti leader che sanno di non essere vincenti ma vogliono esserci. Vogliono contare. Vogliono acquisire o consolidare o continuare a esercitare quel potere che gli elettori sono chiamati, una volta ogni cinque anni, a conferire ai loro “rappresentanti”. Gli uomini del Gattopardo, quelli che “cambiano tutto perché tutto resti com’è”. Nessuna copertura è migliore, in questo senso, del porsi sotto l’ombrello di Mario Monti. Con liste civiche “per l’Italia” o manifesti patriottici.

C’è Gianfranco Fini, il presidente della Camera meno imparziale della storia della Repubblica, il meno istituzionale, il meno prestigioso (meno ancora di Irene Pivetti), che pur restando abbarbicato al più alto scranno di Montecitorio ha creato in Parlamento un suo partitino, spaccato il governo e lanciato in vista delle elezioni i “mille per l’Italia”, lista che in partenza rinuncia a proporre il suo leader. Fini, vecchio della politica e non più giovane neppure anagraficamente, sa già che non potrà essere presidente del Consiglio. A cosa punta, allora? A non sparire.

C’è Pier Ferdinando Casini, l’astuto navigatore post-democristiano della Seconda Repubblica, mai un passo troppo a sinistra, mai uno troppo a destra, sempre sulla linea di galleggiamento, a capo di un partito che conserva il suo zoccolo duro di amministratori locali. Questa volta Casini deve puntare al governo, da troppo tempo se ne trova fuori, ma da solo non può farcela. Perciò ha scelto: appoggerà Monti. E se Monti dovesse finire sul Colle, lui, Pier Ferdinando, potrà ambire a Palazzo Chigi o al ministero degli Esteri.

C’è Luca Cordero di Montezemolo, che ha costruito un tessuto di persone di valore tra professori, professionisti, esponenti delle istituzioni, ma al dunque non se l’è sentita di candidarsi alla guida dell’esecutivo e appoggia pure lui l’ipotesi di un Monti bis. Dopo anni di preparazione, tira la volata ad altri.

Ma Monti si candida o no? Monti non esclude di esserci, con una delle sue provvidenziali apparizioni al momento opportuno, quando non si saprà a chi affidare le redini del governo perché nessun partito, nessuna coalizione avrà i numeri per prevalere e a quel punto bisognerà per forza ricorrere alle riserve della Repubblica, al Professore (l’ennesimo, dopo Prodi e Ciampi).  

Ma c’è anche Corrado Passera, il ministro dello Sviluppo Economico ed ex banchiere che non dispiace alla destra e alla sinistra, e a “Chetempochefa” ha lanciato un avvertimento a Fini e a Casini: “Non trovo giusto utilizzare Monti come sigla elettorale”. Per la verità non c’era bisogno di Passera per seminare zizzania al centro. Casini, candidando Emma Marcegaglia, ex presidente di Confindustria invisa a Montezemolo, ha scatenato la piccata reazione di quest’ultimo: “Esiste un problema di credibilità per l’UDC”, ha detto Montezemolo. “Non credo che basti una UDC 2.0, un remake dello stesso film, servono invece contenuti, idee, rinnovamento vero della classe dirigente”. Senza mezzi termini: “Non credo basti cambiare la cornice o il simbolo, o reclutare due o tre figure nella società civile, per realizzare operazioni di vero rinnovamento”.

Quindi, Montezemolo contro Casini, Casini contro Montezemolo (“Siamo tanto d’accordo con le cose dette da Montezemolo, che le stesse cose le stiamo dicendo noi da mesi”), Passera contro Fini e Casini, Fini che non importa quello che dice tanto ha perso il treno e riposto nel guardaroba la maschera da delfino del centrodestra. Insomma, un tutti contro tutti che potrebbe precedere l’accordo di tutti con tutti. Persino con Pier Luigi Bersani che prospetta alleanze con l’UDC e il Terzo Polo anche se ora incalza Montezemolo: “A Luca dirò: non vorrai guidare la macchina dai box?”.

Contro il Monti bis restano (per il momento) Bersani, l’antipolitica (Idv, Sel e grillini) e la Lega, più settori importanti del PdL (ma altri, da Bondi a Frattini, già sognano un governo di larghe intese con Monti premier). Lo sfidante alle primarie del PD, Matteo Renzi, sindaco di Firenze, prima era tutto con Monti mentre ora comincia a criticare l’austerità depressiva della politica economica del Professore. Il PdL “ufficiale” di Angelino Alfano, non avendo ancora sciolto all’interno i dubbi sull’assetto e la leadership in vista del voto, prende tempo: Monti dovrebbe candidarsi, anzitutto, poi se ne parla.

Alla fine, a qualcuno verrà il dubbio che tutto questo sia solo politichese o politicume, vecchia politica insomma, e che gli italiani siano stanchi, stufi di farsi prendere in giro da personaggi che vogliono solo posizionarsi per rientrare in Parlamento con i loro “bravi”. Le uniche novità, per il momento, sono quella distruttiva di Beppe Grillo col suo Movimento 5 Stelle e quella che vorrebbe essere costruttiva, di Matteo Renzi il rottamatore, sindaco di Firenze che da sinistra sa parlare anche alla destra e a 37 anni si gioca il futuro. Per il momento, l’unica certezza è che il Terzo Polo, dopo una serie di fallimenti nelle urne, si aggrappa a Monti per “diventare qualcuno”.

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