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Il triste discorso di Napolitano

Nell'ultimo messaggio alla nazione del suo settennato il Presidente della Repubblica ci ha lasciato solo banalità

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (Credits: Roberto Monaldo / LaPresse)

Un poderoso mattoncino di retorica. Mai come quest’anno, il discorso di Capodanno del presidente della Repubblica è stato scontato, vuoto, stanco, distante. Sì, certo, tutto (quasi) vero il quadro che Giorgio Napolitano ha offerto a reti unificate come antipasto della cena dell’ultimo dell’anno. Ma anche inutile. Senza mordente. Senza passione. Senza convinzione. Senza speranza (al di là delle trite parole di speranza).

La costruzione della frase, per cominciare, appartiene alla vecchia politica dei discorsi torniti, di cui i notabili del Mezzogiorno sono maestri da secoli. Ma l’Italia è cambiata, e non se ne può più di sentirsi declamare da pulpiti politici e istituzionali quello che già si sa.

Tutto vero. L’Italia versa in condizioni gravi, altri sacrifici ci attendono. “Non ci nascondiamo la durezza delle prove da affrontare”. Sono state compiute “scelte necessarie” di politica economica, a fronte di un debito pubblico elevatissimo che ci costa più di 85 miliardi di euro l’anno. La conseguenza è una “recessione inevitabile”. Napolitano cita le lettere di cittadini che parlano di quanto sia proibitivo sopravvivere con la pensione minima, o del “calvario” di cercare lavoro essendo rimasti disoccupati a  quarant’anni. Tutto vero. Il “disagio sociale” è diventato una “questione sociale” (cioè?). Ma non dobbiamo abbatterci. Bisogna guardare avanti. “Avere e dare fiducia non significa alimentare illusioni”. Ma come si può rinascere? Sorprendente, Napolitano: “con il coraggio della speranza, della volontà e dell’impegno”. Davvero? Di chi? Come? Quando? Perché?

L’espressione rigida e spenta del Presidente non aiuta.

Bisogna puntare all’integrazione europea, crescere “insieme all’Europa”. Eliminare gli sprechi (detto dal castellano del Colle, un appello che certo nasce dall’esperienza). Poi la tirata a favore dei giovani, quelli che “hanno più motivi per essere aspramente polemici” verso “errori, ritardi, scelte sbagliate e riforme mancate” degli ultimi decenni (detto da un capo dello Stato che è stato dirigente del PCI, ministro, presidente della Camera e a 87 anni è un dinosauro della Prima e Seconda Repubblica).

Soprattutto, bisogna archiviare la “vecchia pratica di promesse o offerte per canali personalistici e clientelari”. In gergo, le raccomandazioni. (Fa fede il curriculum di merito del figlio Giulio, idoneo come professore di prima fascia di istituzioni di Diritto pubblico a 33 anni, ordinario con cattedra a 39, nell’Università Roma Tre il cui rettore era il cognato del padre, Guido Fabiani).

Più volte Napolitano parla di “giovani generazioni”, che devono “reagire” e promuovere un “moto di cambiamento”. Tutto vero.
L’Italia dev’essere un paese che “cresce aperto e inclusivo”. Chi nasce in Italia, figlio di immigrati, deve avere nazionalità italiana.  
Tutto vero. La criminalità organizzata è (indovinate un po’) una “piaga gravissima”. Bisogna attingere (guarda un po’) alle “energie della società civile”. Infine, qualche parola sulla campagna elettorale. No al disprezzo per la politica “che non porta da nessuna parte”, ma no anche alla politica dello “scontro cieco e delle invettive reciproche”. Nella competizione ci vorrà “misura”. C’è pure, forse, una blanda risposta a Silvio Berlusconi, pur senza nominarlo, e alla sua proposta di una commissione d’inchiesta sulla presunta congiura che ha fatto cadere il governo nel novembre 2011 e sul ruolo del Quirinale. Dice infatti Napolitano di avere sempre agito nel rispetto e nei limiti della Costituzione. Stop.

Nessun respiro internazionale. Nessun approfondimento del ruolo dell’Italia nel consesso mondiale (Napolitano deve ancora farsi perdonare di avere ribaltato, secondo indiscrezioni non smentite, l’ormai consolidata politica italiana in Medio Oriente di amicizia con Israele, spingendo per il sì al riconoscimento della Palestina come Stato osservatore alle Nazioni Unite).

Un accenno a Monti che non poteva candidarsi essendo già senatore a vita, ma poteva comunque avvalorare uno schieramento in suo nome. D’obbligo un ricordo di Rita Levi Montalcini. Un accenno alla situazione vergognosa delle carceri. Un altro ancora, “con rammarico”, alla mancata riforma della legge elettorale. Un altro, come sempre, agli incidenti sul lavoro.

Siccome poi si tratta dell’ultimo discorso di Napolitano come capo dello Stato, a meno di non essere rieletto fino ai 94 anni (sempre possibile in un paese che rispetta gli anziani come il nostro), l’epilogo è un auto-elogio. Napolitano si dice di avere svolto il proprio ruolo con “scrupolo, dedizione e rigore”. Buon per lui.

Per noi, vista la situazione alla fine del settennato, un po’ meno.

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