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“I bombardieri a lungo raggio Tupolev-22M3 e i bombardieri a corto raggio Sukhoi-34 sono decollati dall’aerodromo di Hamadan in Iran con l’armamento pieno per condurre un bombardamento massiccio contro le strutture dei gruppi terroristici Stato islamico e Jabhat al-Nusra nelle province di Aleppo, Deir ez-Zor e Idlib” ha dichiarato il ministero della Difesa russo.

L’apertura di Teheran agli aerei da guerra di Mosca per bombardare Aleppo stigmatizza il fatto che al Cremlino non basta più la pista dell’aeroporto Khmeimim di Latakia, feudo russo per eccellenza in Siria, ma soprattutto certifica la ritrovata sintonia tra due paesi che condividono ormai da tempo lo stesso obiettivo: mettere le mani sulla Siria. O meglio, su ciò che verrà dopo la disintegrazione del paese, dal momento che ormai la Siria per come la conoscevamo esiste solo sulle cartine geografiche.

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Insieme a Russia e Iran, a far parte dell’asse che sostiene il governo di Bashar Al Assad come noto ci sono anche i libanesi di Hezbollah e l’Iraq sciita del premier Haider Al Abadi, che giusto ieri ha confermato di aver aperto lo spazio aereo iracheno ai velivoli del Cremlino, affinché i bombardieri russi che decollano dall’Iran possano colpire Aleppo. “Abbiamo aperto i nostri cieli ai russi ad alcune condizioni. Non abbiamo ricevuto una richiesta ufficiale dalla Russia circa il passaggio di qualsiasi tipo di razzi attraverso i nostri cieli” ha voluto sottolineare Al Abadi in merito, come a dire che Baghdad non è all’oscuro delle decisioni degli alleati.

Del resto, proprio nella capitale irachena si trova la control room dove siedono i rappresentanti di questa alleanza filo-sciita: un gabinetto di guerra voluto dal Cremlino, del tutto simile alla US Central Command di Amman, la control room filo-sunnita stabilita in Giordania e condivisa con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti per coordinare le operazioni militari della cosiddetta “coalizione internazionale”.

L’ingresso “soft” della Cina in Siria
La sorpresa di ferragosto proviene semmai dalle dichiarazioni rilasciate dall’ammiraglio cinese Guan Youfeu all’agenzia governativa Xinhua. Il direttore della Commissione Centrale Militare (ovvero il comandante più alto in grado delle forze armate cinesi dopo lo stesso presidente Xi Jinping) è stato a Damasco questo mese per incontrare il ministro della Difesa siriano, Fahd Jassem al Freij, e il generale russo Serghei Charkov, a capo del coordinamento delle operazioni tra gli alleati di Assad.

L’ammiraglio Guan ha parlato di “aiuti umanitari” e “addestramento alle forze armate” che la Cina popolare intende fornire al governo siriano. Parole in codice precedute da una serie d’incontri diplomatici a Teheran la scorsa primavera e che, tradotte, prefigurano un ruolo crescente della Cina nel conflitto, all’insegna di un vero e proprio soft power che la repubblica popolare intende inaugurare anche in questa regione.

L’intesa tra Mosca e Pechino, dunque, regge e si amplia in ragione del futuro prossimo del Medio Oriente, che è ancora tutto da scrivere. Se le grandi potenze asiatiche si stanno posizionando in vista di nuovi sbocchi strategici, la guerra è però ancora lontana dal concludersi. Tutto passa nuovamente per Aleppo: solo dopo che una delle parti in lotta avrà conquistato la seconda città più importante del paese fallito, si potrà pensare alla fine delle ostilità.

Con il quinto anno di guerra passato e l’impossibilità per le forze in campo di giungere a una vittoria schiacciante, la divisione del paese è infatti inevitabile e saranno proprio le linee di demarcazione definite dalla forza delle armi a marcare i nuovi confini. In questo senso, la battaglia di Aleppo è davvero dirimente: infatti, sedersi al futuro tavolo della pace con la città sotto il proprio tacco avrebbe un’importanza e un peso notevoli.

Niente intesa USA-Russia
Per quanto riguarda l’altra parte della barricata, ovvero le milizie ribelli sostenute a intermittenza dagli Stati Uniti, non ci si aspetta che altre potenze giungano in aiuto e non c’è molto altro da segnalare se non il compattamento delle varie brigate ribelli, jihadisti inclusi, nell’Esercito della Conquista al fine di tenere le posizioni duramente guadagnate ad Aleppo.

Neanche la paventata intesa tra Russia e USA citata dal ministro della difesa Serghei Shoigu – secondo cui Washington e Mosca sarebbero “vicine” al lancio di operazioni congiunte nella città siriana – è una notizia degna di nota, poiché smentita con un no comment dal Dipartimento di Stato americano, forse seccato per l’ennesima provocazione dei russi, che sanno bene come irritare la Casa Bianca.

Ma, in fin dei conti, il nervosismo pervade anche Mosca, dal momento che lo sforzo bellico di entrambe le superpotenze non riesce a produrre risultati tangibili. Per Aleppo, Mosca applica la stessa strategia già vista a Grozny, in Cecenia: l’offensiva russa coincide esattamente con la campagna militare del 1999 contro gli insorti ceceni, che all’epoca fu diretta dallo stesso Putin in qualità di primo ministro e che contemplò una soluzione esclusivamente militare contro l’insurrezione, dove tutti i ribelli furono bollati indistintamente come terroristi e le città degli insorti che resistevano furono rese inabitabili o rase al suolo (proprio come Grozny), affamando la popolazione residente. Al tempo quella strategia funzionò, mentre la determinazione e l’imprevista resistenza delle opposizioni siriane sta facendo disperare il Cremlino.

Gli Stati Uniti, invece, insistono nella tattica del divide et impera che li ha resi famosi nel mondo: armando fazioni opposte o concorrenti, favoriscono il caos mantenendo una quota significativa di controllo. Nello specifico, Washington oggi si affida soprattutto ai curdi, ritenendoli l’unica forza in campo per sconfiggere le milizie jihadiste, senza però comprendere che presto o tardi il prezzo da pagare sarà la pretesa da parte loro di un nuovo stato chiamato Kurdistan, da costruire a spese dei paesi vicini. I quali, chiamandosi Turchia, Siria, Iraq e Iran, non potranno essere d’accordo. Ciò prefigura così la possibilità che questo risiko alimenti ancora, anziché fermare, la grande guerra del Medio Oriente.

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