Esteri

Isis, aumentano le donne nelle file della jihad

Sono sempre di più, e con ruoli strategici, nonostante la subordinazione all'uomo, le donne pronte a combattere in prima linea

Sajida-Al-Rishawi

Sajida Al Rishawi, fallita kamikaze negli attacchi dinamitardi del 2005 ad Amman – Credits: Marco Di Lauro/Getty Images

Marta Pranzetti per Lookout News

In una famosa arringa del 2001 Ayman Al-Zawahiri, oggi leader di un’Al Qaeda in evidente declino se paragonata alla nuova macchina del terrore dall’ineguagliabile carisma mediatico dello Stato Islamico, affermava che non c’era spazio per le donne nel jihad e che tantomeno queste fossero attive nei ranghi della sua organizzazione. Un’affermazione immediatamente smentita dal caso di Sajida Al Rishawi – militante nel ramo iracheno di Al Qaeda e fallita attentatrice kamikaze negli attacchi dinamitardi del 2005 contro vari hotel della capitale giordana, Amman – e ulteriormente screditata ai nostri giorni.

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Sono in netta ascesa, infatti, le donne che si uniscono ai teatri dov’è in atto la jihad, su scala globale. Negli anni Ottanta avevano fatto scalpore le prime donne kamikaze operative nei ranghi della resistenza palestinese, così come negli anni Novanta le terroriste cecene note come “Vedove Nere”. Oggi, con l’avvento del Califfato Islamico di Siria e Iraq, il battaglione femminile di Isis (noto come Katiba Al-Khansaa) ha attirato nuovamente l’attenzione internazionale sull’adesione femminile alla jihad.
“Il problema – spiega a Lookout News Badra Galoul, direttrice del Centro Internazionale di Studi Strategici, della Sicurezza e Militari di Tunisi – non è relativo esclusivamente alle donne che partono per i teatri di guerra, quanto a quelle che restano in patria a occuparsi della gestione delle cellule jihadiste locali, di cui abbiamo statistiche sempre più preoccupanti”. Dei circa 5.000 tunisini partiti a combattere in Siria, almeno 700 sono donne, mentre altre cento sono attualmente detenute nelle carceri tunisine per coinvolgimento in attività terroristiche su scala nazionale (Museo del Bardo incluso). Questi dati, forniti durante la conferenza organizzata il 21 maggio a Tunisi dal Centro Studi Strategici sulla partecipazione femminile alle organizzazioni terroristiche, evidenziano un incremento del ruolo attivo delle donne nella jihad: “Nel momento in cui molti uomini partono a combattere all’estero, alle donne viene delegata la gestione delle organizzazioni sul piano logistico e dei contatti, dell’informazione, della pianificazione e del mantenimento dell’ordine” conferma l’esperta.

Un ruolo strategico
Le donne rivestono dunque un ruolo sempre più strategico all’interno delle organizzazioni terroristiche, pur mantenendo un rapporto di subordinazione all’uomo, come sottolineato anche dagli interventi di accademici, ex ministri, colonnelli ed esperti di terrorismo che hanno partecipato al convegno. In base all’ideologia stessa di questi gruppi, le donne non possono assumere ruoli di comando, ma svolgono ugualmente degli incarichi esecutivi rispondendo direttamente alle direttive che provengono dai ranghi maschili al potere. “La donna si rivela così una risorsa fondamentale per il reclutamento, l’educazione, la gestione delle informazioni e dei contatti – asserisce Badra Galoul – tanto che si osserva un mutamento delle dinamiche concernenti la figura della donna negli ambienti jihadisti. La donna passa così dall’essere vittima a carnefice, nel senso che da schiava sessuale o vittima subordinata del marito combattente, assume sempre maggior consapevolezza delle proprie capacità di affermarsi quale attivista in prima linea”.
 
Il fascino sulle giovani

Lo dimostra anche l’arresto nell’ottobre 2014 di Fatma Zouaghi, una giovane studentessa di medicina appena ventenne, che in Tunisia curava la propaganda dei salafiti di Ansar Al Sharia, per i quali gestiva il reclutamento giovanile e assicurava il raccordo tra questa organizzazione e il gruppo jihadista Katiba Oqba Ibn Nafaa, su incarico diretto del leader di Ansar, Abou Iyadh, dopo l’arresto del suo predecessore Afif Lamouri, di cui Fatma era prima assistente.

La riflessione generata dalla conferenza di Tunisi implica il tenere in considerazione gli ambienti sociali dove si genera l’adesione femminile al jihad che, esattamente come nel caso maschile, dipende fortemente da ragioni socio-economiche quali povertà e disoccupazione, livello di istruzione e località di provenienza (regioni più sfavorite e zone rurali meno sviluppate), educazione familiare e incidenza del discorso religioso. Tutti fattori che restano fondamentali nel plagiare e radicalizzare giovani menti.

 Se la conferenza di Tunisi dimostra il sempre maggiore interesse istituzionale verso un fenomeno in divenire – l’adesione femminile al terrorismo evolve con l’evolvere del jihadismo stesso su scala globale – si è ancora troppo lontani dal comprendere e contrastare le cause profonde che tengono vivo quello che Galoul chiama “lo spirito di Daesh”, ovvero l’attrattiva esercitata da ISIS sulle giovani generazioni tunisine.

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