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Esteri

Catalogna al voto. Nel sogno dell'indipendenza

Domenica i catalani vanno alle urne per votare un eventuale 'divorzio' dal governo centrale di Madrid

Crisi economica, nazionalismo, ribellione fiscale e rivendicazioni storiche. Il tutto mescolato a un po’ di zucchero di (in)sana politica e a un tocco di opportunismo leaderista pronto a cavalcare le emozioni popolari. Ma sì, in Catalogna ci sono tutti gli ingredienti per un bel weekend di paura tutto da giocare nelle urne.

Non si tratta solo di eleggere i 135 rappresentanti del governo “autonomo” di Barcellona e circondario (7 milioni e mezzo di abitanti fieri della propria diversità culturale, linguistica ed economica, su un totale di 47 milioni di spagnoli), ma di stabilire la proporzione tra partiti “indipendentisti” e partiti che si accontenterebbero anche di una maggiore autonomia dal governo centrale di Madrid.

Da un lato la Convergencia i Uniò (CiU) guidata per 24 anni dall’ormai leggendario Jordi Pujol (Oriol, il figlio, è attualmente il numero 2 del partito) e adesso capitanata da Artur Mas, che sarebbe un moderato (com’era originariamente Umberto Bossi) e invece, fors’anche perché impressionato e incoraggiato dallo spettacolo di 1 milione e mezzo di catalani per l’indipendenza nel grande corteo dello scorso 11 settembre, si trova costretto a governare la pulsione inarrestabile al divorzio. Difficilmente la CiU riuscirà a ottenere la maggioranza che le serve, assoluta, ma potrebbe comunque accordarsi, dopo il voto, con altri partiti (vedi la Sinistra Repubblicana) decisi a promuovere il referendum per l’indipendenza.

Sembra di rivedere il meccanismo che ha portato in modo irreversibile, per quanto a tutti evidente, alla guerra dei dieci anni nella ex Jugoslavia. C’è la crisi economica che morde, e che fa sentire di più ai catalani il peso dello squilibrio tra le tasse pagate al governo centrale e i fondi che (non) tornano in Catalogna (si calcola che vi sia un gap di ben 15 miliardi di euro tra ciò che viene dato e quanto viene ripreso). A tutto vantaggio di Madrid e delle regioni più povere tra le 17 (compresa la Catalogna) che compongono il mosaico spagnolo.

La crisi ha devastato anche le aspirazioni, l’ottimismo dei catalani, la regione più ricca della penisola iberica (come il Nord-Est per l’Italia), da cui i giovani cominciano a emigrare. Esiziale è stato il governo (e l’amministrazione) del Partito socialista di Zapatero, che ha cavalcato l’indipendentismo catalano gettando le basi del referendum.

I socialisti arrivano al potere a Barcellona nel 2003. “Qualsiasi decisione presa dai catalani - azzarda Zapatero - verrà ratificata dal Parlamento centrale”. Ci sono solo due passaggi tra l’autonomia e l’indipendenza: il potersi definire nazione e l’attribuirsi potestà fiscale. E in questo senso viene ritoccato lo statuto, ratificato nel 2006 dal Parlamento di Madrid e bocciato però dalla Corte Costituzionale nel 2010 su ricorso dei popolari di Mariano Rajoy.

A Barcellona si spende e si spande. Il debito sale da 20 a 40 miliardi, si aprono le porte delle assunzioni in buona parte clientelari, e si lavora per il distacco da mamma Spagna. Non a caso nelle previsioni meteo in televisione si citano città francesi e non invece l’Andalusia o Madrid. La Catalogna produce un quinto del PIL di tutta la Spagna e un quarto delle esportazioni.

Rajoy, primo ministro conservatore, può contare in Catalogna su un partito forte (dovrebbe classificarsi secondo), guidato da una donna e sostenuto dagli ambienti finanziari e produttivi, mentre sono soprattutto i “piccoli” (come nel Nord-Est nostrano) a reclamare la potestà fiscale e l’indipendenza.

Lo spauracchio per tutti è l’uscita dall'Unione Europea nel momento stesso della proclamazione d’indipendenza. Il progetto dei popolari è quello di avviare un percorso soft di maggiore autonomia insieme a tutte le altre regioni spagnole, che però sarebbero in maggioranza contrarie al distacco della più ricca. I sondaggi più recenti dicono che il 57 per cento di catalani vuole il divorzio. E i leader politici non possono non tenerne conto. Non tutti sono statisti capaci di andare controcorrente per il bene del popolo. Per questo il figlio diPujol, Oriol, afferma che “non esiste un piano B”. Le tappe sarebbero quindi: elezioni, vittoria indipendentista, referendum per l’indipendenza, indipendenza.

Ma non è così facile, come si è visto nella ex Jugoslavia. E la paura da un lato, il calcolo dall’altro, dovrebbero suggerire a Rajoy di studiare qualche concessione a una regione che è già oggi tra le più “autonome” d’Europa, magari accompagnata a nuove concessioni ai Paesi Baschi e alla Galizia. E preservare così il più possibile l’integrità nazionale di un Paese grande ma in crisi, specchio di un’Europa che rischia di andare in pezzi.

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