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Corriere della sera: la notizia della mia fine non è del tutto esagerata

L’aumento di capitale per salvare la Rcs è a rischio. E anche il futuro del quotidiano. Così Bazoli studia un’alternativa. Alla tedesca. 

Credits: Imagoeconomica

Il Corriere della sera in fallimento? Sì, proprio il giornale della borghesia fondato nel 1876 che ha resistito a tutti i regimi. Va bene pensare l’impensabile, ma questo sembra davvero fantagiornalismo. Certo, il quotidiano ha chiuso in rosso per 1 milione di euro nel primo trimestre. Un’inezia rispetto alla voragine del gruppo Rcs: 107 milioni di perdite su 285 di ricavi. Non è solo la ritirata della pubblicità, o l’avanzata del web, è che l’emorragia sembra irrefrenabile. L’Rcs Mediagroup, da quando è nato nel 2002 sulle ceneri della Hdp, ha perso un quarto del fatturato, accumulando 1 miliardo di debiti per comprare attività, come la Recoletos in Spagna, che hanno prodotto un buco di 510 milioni nel 2012. Il debito attuale, 850 milioni, equivale a 5,5 volte il margine operativo previsto nel 2015.

L’unico modo per evitare il crac è aumentare il capitale di 400 milioni e ottenere un rifinanziamento dalle banche. Giovedì 30 maggio si riunisce  l’assemblea e gli azionisti sono divisi più che mai. Occorre almeno il 50 per cento dei voti, finora c’è la sicurezza solo del 44 con Mediobanca, Fiat, Pirelli, Unipol, Edison. Gli incerti (Rotelli, Lucchini e Bertazzoni) arrivano al 20, i contrari (Della Valle, Benetton, Generali e Merloni) raccolgono il 27 per cento se Giampiero Pesenti, che si è dimesso dalla presidenza del patto, decide di tenersi fuori (il figlio Carlo mantiene invece il ruolo di consigliere in Rcs). Dunque c’è una settimana di tempo per evitare un clamoroso fallimento. E nelle storiche stanze di via Solferino è tutto un gran tramestio.

Diego Della Valle è a Hong Kong e parlerà di Rcs al suo ritorno. La sua posizione oggi è recisa: il gruppo va commissariato e gli amministratori denunciati. Considera il piano un golpe contro i soci ritenuti scomodi, mentre le banche che vogliono rientrare al più presto dai loro debiti sottraggono risorse all’azienda. Vuole rinegoziare i debiti e chiede un progetto industriale che affronti le cause delle perdite: Recoletos e i periodici. Anche i libri da soli non vanno avanti, c’era la possibilità di fonderli con la Feltrinelli ma è caduta. Mr Tod’s, dunque, fa il viso dell’arme, anche se tiene aperto uno spiraglio.

Giovanni Bazoli, presidente della Intesa Sanpaolo, gli ha lanciato un ramoscello d’ulivo e vuole aprire un negoziato. Mentre cerca di convincere Mario Greco, il capoazienda delle Assicurazioni Generali, a votare a favore, anche se non partecipa all’aumento del capitale. Il vecchio Nanni, come lo chiamano gli amici, coltiva un’idea più ambiziosa: scorporare il Corriere della sera e metterlo nelle mani di una fondazione con azionisti privati e istituzionali. Modello Frankfurter Allgemeine Zeitung: vende 330 mila copie con 300 giornalisti, e la classe dirigente tedesca non può farne a meno.

Ma quante divisioni ha Bazoli? È un formidabile giocatore di rimessa, non un attaccante, dice chi lo conosce bene. L’autorevolezza e il ruolo svolto in questi trent’anni come salvatore e custode del Corriere gli danno una chance per mediare. Tuttavia, oggi è più solo anche dentro la sua banca.

Enrico Cucchiani, l’amministratore delegato, ha in mano le partecipazioni e l’Intesa Sanpaolo è sovraesposta verso la Rcs: ben 220 milioni rispetto ai 147 dell’Ubi e ai 73 dell’Unicredit. Il modo migliore per garantirsi è trasformare i crediti in azioni. Può diventare il piano B se non passa l’aumento di  capitale, spiazzando, così, la Mediobanca e la Fiat, che non ha intenzione di sborsare denaro fresco.

John Elkann un anno fa ha riplasmato il consiglio e scelto l’amministratore delegato. Il suo disegno è portare in Rcs anche La Stampa per creare un gruppo editoriale più forte. I critici lo accusano di voler comandare senza pagare il ticket e di mettere insieme due debolezze; fra l’altro il giornale della
Fiat ha utilizzato gli ultimi spiccioli rimasti nella legge sulle ristrutturazioni aziendali. Secondo Elkann, invece, una nuova entità con Stampa e Corsera sarebbe molto più appetibile per un socio straniero. A quel punto il taglio dei rami deboli non diventerebbe più una svendita.

L’amministratore delegato Pietro Scott Jovane sta ridimensionando il piano originario. Ha chiesto alle banche di ridurre il rimborso da 225 a 150 milioni con interessi più bassi. Il taglio di 110 redattori su 350 s’è ridotto a 65 uscite concordate. La vendita di via Solferino è rinviata, così come il trasferimento nel palazzo di Crescenzago. Non gli è andato giù che un comunicato del comitato di redazione sia finito in prima pagina il 17 febbraio, sia pure per disdire uno sciopero di due giorni. Si dice che alla Mediobanca abbiano cercato un appiglio legale per sfiduciare il direttore. Adesso Alberto Nagel, ad della Mediobanca, sostiene che non si tocca finché dura il patto di sindacato.

Ferruccio de Bortoli può contare su Bazoli, ma Elkann vorrebbe Mario Calabresi, direttore della Stampa. De Bortoli ricorda bene quando il Corriere fallì la prima volta, dopo che lo scandalo della loggia P2 aveva fatto esplodere i debiti di Angelo Rizzoli. Nel 1983 l’intero gruppo viene messo in amministrazione controllata finché nel 1985 non finisce sotto la Fiat. A tirare i fili c’è proprio Bazoli, allora semisconosciuto avvocato bresciano, scelto per ricostruire il Banco Ambrosiano. Memoria storica e simbolo di continuità, il direttore cerca di esercitare la moral suasion con i giornalisti, ma sa che i suoi spazi sono limitati.

Il Corriere sta perdendo l’aura di giornale istituzione la cui sorte veniva decisa dal governo, dalla Banca d’Italia, dal presidente della Repubblica. Nel passato si sono mossi Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi. Oggi Giorgio Napolitano ha ben altri problemi. E Mario Monti, prestigioso collaboratore e ospite fisso nel salotto buono, non è più a Palazzo Chigi.
 
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