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Economia

Acqua, il bene che Monti non può toccare

Mentre il Governo pensa a vendere le partecipazioni statali questo resta un settore intoccabile. Che promette solo costi di gestione molto alti senza la possibilità di fare profitti

Manifestanti contro il festival dell'acqua di Genova (Credits: ANSA PHOTO)

L’acqua sarà anche un bene pubblico a cui tutti hanno diritto, ma nelle case chi ce la porta? Nel momento in cui Mario Monti annuncia che è arrivato il momento della vendita per l’enorme (ed enormemente inefficiente) bazar delle partecipazioni pubbliche locali, è doppiamente opportuno porsi questo interrogativo. Perché le società che ne gestiscono la distribuzione sono l’unico ramo della giungla che il governo non potrà tagliare neppure volendo, e perché a impedirglielo è un referendum che si è svolto giusto un anno fa.

La risposta è che gratis, oggi come ieri, non ce la porta nessuno: trovare risorse per tappare i molti buchi dei nostri acquedotti è infatti ancora più difficile di prima. E come se non bastasse incombe sull’Italia una grandinata di multe dell’Ue per la mancata realizzazione di impianti di depurazione. Le sentenze, prevedibilmente di condanna, della Corte di Giustizia europea sono imminenti per 110 agglomerati di 15.000 abitanti, soprattutto del sud. E nel giro di qualche mese toccherà ad altri 159 agglomerati, in gran parte del centro e del nord.

"A quel punto" dice Giovanni Mancini dirigente della direzione ambiente della Regione Lombardia (che due anni fa, di fronte a una multa di 10 milioni per il comune di Gornate Olona ha realizzato in fretta e furia l’impianto richiesto) "gli investimenti bisognerà farli per forza, e costeranno ai cittadini molto più del necessario, come è accaduto a Napoli con i rifiuti". Come se ne esce? "L’unica" risponde Mancini "è separare la proprietà delle reti dalla gestione. La Lombardia ci aveva provato con una legge regionale del 2006. Purtroppo siamo stati bloccati da una sentenza della Corte costituzionale su ricorso del governo Prodi, poi portato avanti anche dal governo Berlusconi".

Quella dei mancati investimenti nelle reti idriche è una piaga che si trascina da molti anni, ma il referendum l’ha resa ancora più grave, senza neppure produrre l’auspicato risparmio per i consumatori. Da nessuna parte le tariffe sono calate negli ultimi 12 mesi. Neppure in Puglia, dove governa Nichi Vendola che della lotta per l’acqua pubblica ha fatto una bandiera. "Per abbattere le tariffe" ammette l’assessore regionale alle opere pubbliche Fabiano Amati "bisogna ridurre gli investimenti".

Il punto cruciale, infatti, non è lo stop alla liberalizzazione del settore idrico (derivante dal primo quesito referendario, la cui sola conseguenza è di lasciare la gestione ai comuni), ma la proibizione di realizzare profitti (secondo quesito), che ha reso di fatto impossibile alle società di gestione farsi prestare i soldi necessari anche alla sola manutenzione.

Il compito di neutralizzare questa tagliola è stato affidato dal governo Monti all’Autorità per il Gas e l’energia, che ha appena presentato una bozza di regolamento che consente di remunerare almeno i costi del capitale (quel che le banche chiedono a chiunque per prestar soldi). "I calcoli dei nostri tecnici" spiega Maurizio Chiarini, amministratore delegato dell’emiliana Hera spa, una delle più importanti aziende di servizi d’Italia "mostrano che se passerà questo principio i cittadini italiani avranno risparmiato più o meno l’equivalente di un caffè ogni anno".

Valeva la pena di fare un referendum per ottenere questo risultato? La risposta è un secco no per Gianpaolo Attanasio, partner associato della società di consulenza Kpmg, secondo cui il quesito in questione è frutto di un vero e proprio errore tecnico degli estensori del referendum. "L’unica conseguenza reale di quel voto" osserva "è il blocco delle gare già programmate fra i diversi possibili gestori del servizio". Con una ricaduta negativa sia per l’efficienza della distribuzione dell’acqua che per l’intera economia italiana.

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