Libri

Donatella Di Pietrantonio, "Bella mia" - La recensione

Sullo sfondo di una città-spettro, una famiglia prova a ricomporre i cocci delle sue dolorose fratture. Un romanzo essenziale e ipersensibile alle intermittenze del cuore, a conferma di un talento rivelato nell'opera prima Mia madre è un fiume. Outsider allo Strega 2014.

Bella mia, particolare dell'immagine di copertina – Credits: Entre ciel et terre II © Dominique Fortin

Ci sono tanti modi di raccontare il dolore, ma il dolore arcaico? Quello che dall'utero della Terra si propaga di schianto in superficie, sospingendo nell'interiorità la nostra esperienza del mondo esteriore? Ci prova con immenso coraggio Donatella Di Pietrantonio in Bella mia , cronaca interiore di una donna naufraga su un'isola che fu la sua città: L'Aquila.

La schiettezza e intensità di questa narrazione permette di entrare in contatto in modo non mediato con la fragilità della condizione umana, di cui il dolore è parte costitutiva. E nel contempo di percepire la potenza di quella "epilessia della terra insorta" che fu il sisma del 6 aprile 2009, a cui è seguita per molti sopravvissuti una vita provvisoria fatta di acronimi e inutili promesse. Nei prefabbricati dei progetto C.A.S.E. si trascina l'esistenza della voce narrante, cui la lotteria del terremoto ha strappato la sorella gemella e lasciato in eredità maledetta un nipote adolescente.

Alternando dolore e pudore, Bella mia scava nel vuoto di un'anima scissa. Mentre l'epica del quotidiano svela la trama di piccole felicità estinte fra le crepe incrociate sul fronte dei palazzi, estraneo e distante cammina tra la polvere il dolore degli altri. Ma anche quello della narratrice è un dolore a metà, protetto da una consolidata nevrosi difensiva. Finché un ragazzo riccioluto con la maglietta dei Nirvana arriva a squarciare la logorata provvisorietà del presente. Privata della sua metà più riuscita, la donna è chiamata dal destino a sostituirla nel ruolo più insostituibile.

Allora come un virus il malessere si propaga finalmente oltre il lutto, la rabbia chiede permesso all'incuria degli uomini e alla ferocia del destino, la vergogna sorpassa l'istinto di sopravvivenza, il disagio implode entro le quotidiane catene - le cure impotenti per un figlio non generato, la pena per una madre che nasconde la pena, il cibo carburante insapore. È allora che le mani plasmano nell'argilla un urlo munchiano che sfoga la domanda di Giobbe: perché?

Nel gestus che dà forma all'indicibile culmina un climax di straordinaria tonalità emotiva. Il transfert sull'oggetto artistico lascia fluire il dolore oppresso dall'opaca brutalità del tempo. Esplode l'inconscio prima confinato ai margini dei sogni, nella fosforescenza dei minuti che cambiano lenti e poi accelerano all'improvviso, negli incubi di reinfetazione in un utero scuro, maligno e sconosciuto. Esplodono senza vergogna le contraddizioni della gemellarità, affacciate alla frontiera di là dalla quale l'io cessa di essere un io.

Il malessere era già prima del disastro. Mai sono stata capace di felicità, confessa la voce narrante, a parte alcuni momenti di "insopportabile grazia". Ognuno cioè possedeva i suoi dolori ben prima del terremoto. Ho amato mia sorella come la parte di me che non sono riuscita a essere. Era lei che deteneva i poteri. Io ero già immagine riflessa, corpo devitalizzato. Poi d'un tratto la donna inorganica smaschera l'inganno: la vita di lei, proprio quella rimasta impigliata sotto le macerie, non era felice: solitudine di una madre che fabbricava in silenzio, giorno per giorno, un padre immaginario per suo figlio.

C'è un segreto incanto, nelle pagine di Bella mia, un dio delle piccole cose che si nasconde nella frattura degli intonaci e negli interstizi del cuore. Rende questo romanzo speciale, addirittura commuove ricollocando il dolore nel solco della vita che scorre. Sono corolle variopinte e chicchi lucenti di melograni, sono devote premure canine, gole pigolanti e il chiù dell'assiolo in mi bemolle, sono invisibili alleanze di anime a cui il trauma ha sottratto per un istante la naturale propensione alla socievolezza. Il tempo lavora per loro, invisibilmente. Il tempo che non ci mette niente a passare.

Così alla fine la rappresentazione del dolore somiglia a un grido soffocato di amore. Il tentativo disperato di accettare che la vita, ancora una volta, ci sorprenda.

Donatella Di Pietrantonio
Bella mia
Elliot
pp. 192, 17,50 euro

© Riproduzione Riservata

Commenti